Nel 1981, si rifiutò di redigere le schede di valutazione che la riforma della scuola aveva messo al posto della pagella. Disse: «Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché cambierebbe,
è in movimento.
Se il prossimo anno uno leggesse il giudizio che ho dato quest’anno, l’avremmo bollato per i prossimi anni»
C’è un maestro che ha fatto la storia d’Italia con un pennarello e una lavagna davanti alle telecamere della tv: è il maestro Alberto Manzi, nato esattamente il 3 novembre di cent’anni fa. A chi ha vissuto il dopo guerra, basta il nome e il cognome o il titolo di quella trasmissione, Non è mai troppo tardi, messa in onda per volontà del Presidente del consiglio, Aldo Moro, per ricordare che migliaia di italiani hanno imparato a leggere e scrivere grazie alle sue lezioni. A chi è nato negli anni Novanta e nel nuovo secolo, invece, questo maestro dirà poco perché come spesso accade, questo Paese non è stato sufficientemente grato e capace di fare memoria di chi ha compiuto quotidiani sacrifici per tessere la trama dell’Italia. Ma per parlare di Alberto Manzi è necessario dire che non è stato solo il protagonista di Non è mai troppo tardi, ma è stato un maestro, un viaggiatore, un pedagogista, un sindaco. Il maestro iniziò a farlo a 27 anni prendendo servizio all’istituto di rieducazione e pena Aristide Gabelli di Roma: accettò il posto, rifiutato da ben quattro colleghi. Qui realizzò il primo giornale degli istituti di pena, La Tradotta, per poi ricevere l’incarico di supplente presso la scuola di Campagnano Romano.
Il maestro Alberto non fu per nulla uguale agli altri insegnanti. Di lui parlavano le aule trasformate in laboratori dove vivere con i suoi alunni le discipline. Di lui basta ascoltare i racconti dei suoi alunni per capire che maestro sia stato. Scrive Michael: “Il maestro Manzi ed il maestro Castagna facevano spesso lezione in corridoio, pretendendo che noi alunni ci mischiassimo come fossimo una classe unica. Non potevamo saperlo all’epoca, ma erano i primi esperimenti di didattica diversificata per una formazione che non fosse ingessata sui programmi ministeriali. Manzi era famoso, lo vedevamo in televisione, e per questo ogni sua parola o ogni sua spiegazione erano per noi bambini dei tesori da apprendere e da conservare, soprattutto perché non avevamo la fortuna di averlo in cattedra ogni giorno. La prima volta che entrai in una piscina, in una struttura che si chiamava Policlinico Italia, fu quando i due maestri decisero di farci passare la paura dell’acqua. Era la prima volta che non toccavo il fondo con i piedi ed ero terrorizzato. Solo il sorriso dei due maestri ed i loro gesti d’incoraggiamento mi convinsero a lasciare il bordo e a lasciarmi andare. Non mi vergogno a dire che avrei voluto avere quell’incoraggiamento tante altre volte nel corso della mia vita”. E Francesco aggiunge: “Quando la mia vita ha incrociato la sua, ero un bambino impaurito, mandato nella sezione H del maestro Manzi per punizione. È stata una delle mie più grandi fortune”.
Manzi ha scelto prima di tutto i bambini, non il sistema. Nel 1981, si rifiutò di redigere le appena introdotte schede di valutazione che la riforma della scuola aveva messo al posto della pagella. Disse: «Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché cambierebbe, è in movimento. Se il prossimo anno uno leggesse il giudizio che ho dato quest’anno, l’avremmo bollato per i prossimi anni». La disobbedienza gli costò la sospensione dall’insegnamento e dallo stipendio. L’anno seguente il Ministero della pubblica istruzione fece pressione per convincerlo a scrivere le attese valutazioni: non aveva cambiato opinione, ma si mostrò disponibile a redigere una valutazione riepilogativa, uguale per tutti tramite un timbro. Il giudizio era: “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Il Ministero si mostrò ovviamente contrario a quella valutazione, al che Manzi ribatté: «Non c’è problema, posso scriverlo anche a penna».




