Allargare gli spazi del cuore davanti a qualcuno che chiede aiuto

Facebook
Twitter

Il racconto di un volontario che ha partecipato alla conta delle persone senza dimora voluta dall’Istat e che dice: «Ho capito che più ascolti, più aiuti il prossimo, più entri in un mondo nuovo»

Caro Schiavi, ho partecipato alla conta dei senza dimora voluta da Istat. La prima volta da volontario.  Oggi mi sento ricco. Un’esperienza positiva: ho contato, ascoltato e visto gli invisibili.  Persone che esistono e hanno delle storie. Che vivono per queste. Il peruviano, che lavorava per mantenere gli studi dei nipoti in Perù ma che ha avuto un incidente e non può più lavorare e non vede l’ora di guarire. Il nigeriano, che ha perso fratelli e sorelle nelle guerre religiose che devastano il suo Paese, migrante economico, gli è rimasta la madre anziana lontano,  la vorrebbe portare qui, e piange. Il maliano, che è stato in carcere ed ha imparato  un mestiere, ora lo aiuta un parroco: «Mi dà cibo, qualche soldo, mi fa stare in chiesa,  dove fa meno freddo». L’egiziano, ingegnere informatico nel suo Paese, addetto part time  alle pulizie qui, cerca un lavoro a tempo pieno con il sogno di riuscire a ricongiungersi con la sua famiglia. Tutti con una loro dignità, non vogliono ricevere senza dare. Tutti amano essere ascoltati, sono soli tutto il giorno trascorso tra un pronto soccorso e una biblioteca. Chiudo con un plauso per il volontariato, alle persone che dedicano il loro tempo libero agli ultimi. Ho capito che più ascolti, più aiuti il prossimo e più fai volontariato, più entri in un mondo nuovo. Sono felice.  Riccardo Donati, Pieve Emanuele (Mi)

Caro Donati,

la felicità percorre vie strane, in genere lontano dai percorsi ufficiali. Per essere felici, ha scritto Emily Dickinson, basta una semplice ricompensa: la gratitudine di chi non possiede nulla, è il bello del volontariato: allargare gli spazi del cuore davanti a qualcuno che chiede aiuto, mettersi per un momento nei panni di chi soffre e chiede di essere ascoltato. Ho raccolto anni fa la testimonzianza di un gruppo di amici che ogni mercoledì sera si radunavano per fare compagnia ad Ambrogio Fogar, l’avventuroso navigatore rimasto paralizzato dopo un incidente nel rally Parigi-Pechino. All’uscita, verso mezzanotte, tutti dicevano di sentirsi migliori. Perché?, ho chiesto. «Perché ho fatto qualcosa che riempie di senso la mia vita». «Perché con il mio tempo ho reso meno drammatica la solitudine di un amico». Andavano per dare, ma alla fine era più quello che avevano ricevuto. Essere volontari in un tempo di confuse esaltazioni personalistiche è un modo per uscire dal conformismo che ci allinea nel vuoto dell’indifferenza.  Bisogna insegnarlo il volontariato, e praticarlo nei piccoli e grandi casi che mettono alla prova il nostro essere umani. Poi se qualcuno vi dice grazie, siete sulla strada giusta. 

Leggi di più

Gli ultimi articoli

Gli argomenti più seguiti