Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta fotografò le miserie del Sud Italia, le pene dei braccianti, la modestia degli sposi contadini e la devozione delle feste religiose popolari. Con lo sguardo attento e profondo sui più deboli e i più fragili
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, nell’Italia inebriata dalle sirene del boom economico, fotografò la miseria del Sud: la fatica delle raccoglitrici di tabacco, la pena delle braccianti morse dalla taranta nei campi della Puglia, la modestia degli sposi contadini in Basilicata, la devozione delle feste religiose in Campania. «Mi servo della fotografia per analizzare la realtà che studio», ha lasciato scritto.
Annabella Rossi univa in sé lo sguardo della fotografa e la profondità dell’antropologa. Nata a Roma nel settembre del 1933, in una tranquilla famiglia borghese, padre chimico e madre violinista, coltivò una precoce passione per l’archeologia. Dopo la laurea, nel 1957, partì subito per una spedizione di studio sulle incisioni preistoriche e protostoriche dei Camuni, antico popolo di lingua indoeuropea insediatosi in Val Camonica. La appassionava indagare le relazioni tra l’arte preistorica e le espressioni artistiche del Novecento.
A cambiare la sua traiettoria di studi, nel 1959, fu l’incontro con Ernesto De Martino, lo straordinario autore di Sud e magia. Al fianco del nuovo maestro, Annabella Rossi cominciò a studiare il rapporto tra il mondo primitivo e la modernità: partecipò così a ricerche in Puglia, sul tarantismo (l’esperienza della guarigione con musica e danze, delle vittime del morso della taranta, un ragno velenoso), e in Basilicata, sul senso del peccato in una comunità meridionale.
Da quel momento il suo lavoro di antropologa prese slancio. Nel 1960, rientrata a Roma, venne assunta al Museo nazionale di Arti e Tradizioni popolari, con un contratto da «operaia» (e se ne vantava, con divertimento), ma con l’incarico di metter su un reparto audiovisivo sui pellegrinaggi e i riti religiosi nell’Italia centromeridionale. Inaugurò collaborazioni con le università di Roma e di Salerno. Cominciò a pubblicare i primi libri: nel 1964 La fatica di leggere, scritto con Simonetta Picone Stella; nel 1969, Le feste dei poveri; nel 1970, Lettere da una tarantata.
La poetica della realtà
Insieme con i suoi studenti dell’Ateneo salernitano studiò (e fotografò, naturalmente) le feste di carnevale in Campania e Molise. Ne nacque un’intensa collaborazione con il regista Roberto De Simone e un libro, Carnevale si chiamava Vincenzo, pubblicato nel 1977.
All’alba degli anni Settanta risalgono una serie di fotografie esposte in queste settimane nel Museo di Roma in Trastevere, in una mostra significativamente intitolata Annabella Rossi. La poetica della realtà. Vi sono anche immagini scattate nei vicoli di quell’antico quartiere romano, dove Annabella abitava: il mulo “parcheggiato” con la cavezza legata alla grata di un seminterrato, le bancarelle degli ambulanti, l’arrotino. Immagini di una Roma scomparsa: come le giostre che l’antropologa fotografò nelle periferie della capitale, con le sedie per il pubblico allineate in piazza, il mangiafuoco corpulento, gli acrobati alti sul filo tirato fra le case, il barboncino che salta nel cerchio di fuoco.
Consumata dalla malattia, Annabella Rossi si spense ad appena cinquant’anni, nel marzo del 1984.
Oggi, nell’Italia dove, secondo l’Istat, una persona su quattro è a rischio povertà, il suo sguardo attento e profondo sui più deboli ci servirebbe ancora.




