Beppino, Gino La paternità amorevole

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Da allora, i padri sono progressivamente cambiati, anzi talmente cambiati che oggi moltissimi osservatori – a cominciare da don Mazzi, che di adolescenti ne capisce – parlano di deserto educativo

Anni fa, uno psichiatra non banale, Luigi Zoja, scrisse un libro Il gesto di Ettore. Iliade: i troiani sono assediati dagli achei, Ettore è il più valoroso difensore della città, figlio del re e suo ipotetico successore. Ha finito una sanguinosa battaglia, torna a casa e suo figlio Astianatte, poppante, vedendolo arrivare con l’elmo in testa scoppia a piangere. Ettore si toglie l’elmo.
In questo spogliarsi delle armi per prendere in braccio il figlio c’è il primo esempio di paternità amorevole in letteratura. Ettore non rivedrà più suo figlio: verrà ucciso da Achille, tornato in guerra per vendicare Patroclo, che a sua volta era andato in battaglia indossando le armi di Achille. Il piccolo Astianatte a sua volta verrà ucciso, scagliato giù dalle mura di Troia, proprio dal crudelissimo figlio di Achille.
Le tragedie non mancavano allora e non mancano oggi. Da allora, i padri sono progressivamente cambiati, anzi talmente cambiati che oggi moltissimi osservatori – a cominciare da don Mazzi, che di adolescenti ne capisce – parlano di deserto educativo. E veniva da pensare a tutto questo, nei giorni scorsi, tenendo al centro delle riflessioni due padri che hanno affrontato le tragedie contemporanee delle figlie. Due padri diversi, immersi in storie diverse, come Beppino Englaro, padre di Eluana, e Gino Cecchettin, padre di Giulia. Due padri che, nel loro piccolo, hanno tracciato un nuovo confine e, anche per questo, suscitato polemiche e critiche.
Vediamo, velocemente, i fatti.
Nel gennaio del ’92 Eluana ha un incidente d’auto dal quale non si potrà mai riavere e, siccome più o meno lo stesso era capitato a un amico motociclista, ne aveva parlato con i genitori. Chiedendo che, se fosse successo a lei, avrebbe voluto non essere rianimata, ma “lasciata andare”. Per lasciarla andare, papà Beppino, d’accordo con mamma Saturna, ci hanno messo diciassette anni di processi e resistenza civile. A Beppino era stato dato persino del “boia”, mentre nell’ultima lettera scritta a Natale del 1991, Eluana ringraziava Dio di aver avuto genitori così. E dunque, proprio per accudire la figlia, e rispettarla anche quando la sua mente non c’era e il suo corpo era inerte, gli Englaro sono riusciti a far cambiare l’applicazione delle leggi. Diciamo non a caso “applicazione” perché resta indimenticabile uno dei punti più bassi raggiunti dal Parlamento italiano: mentre Eluana si spegneva, gli onorevoli volevano approvare urgentemente una legge sul fine vita. Morta Eluana, il Parlamento è tornato a occuparsi d’altro (Inciso: noi esercitiamo il diritto di voto, ma se cresce sempre più l’antipolitica, i politici professionisti qualche domanda su se stessi e i gesti che compiono dovrebbero farsela; meglio prima che poi).
Altro caso. Giulia Cecchettin, alla vigilia della laurea, è stata uccisa barbaramente dal giovane coetaneo che diceva di amarla: e l’abuso della parola amore in questi anni di deserto educativo è raccapricciante. Giovani liquidi, nel senso che hanno poche certezze, vedono nel compagno o nella compagna un pilastro: se quel pilastro va via, immaginano di crollare.
Non reggono il dolore. Non sono abituati a sentirsi dire no. Scambiano il possesso, specie della ragazza, come affetto. Questo pericoloso modo di essere fragili dilaga. E a questo Gino ha detto basta. Il suo dolore paterno non è stato più privato, ma pubblico. Vedovo, aiutato dalla figlia Elena, sorella di Giulia, ha fatto conoscere a tutti quanto fosse assetata di vita Giulia, così sorridente, solare, forte, e come la sua esistenza sia stata spenta orribilmente. Ha detto ai maschi di guardarsi dentro.
Beppino, Gino. Non sono certo due vite intrecciate, le loro, ma sono due esperienze appaiate almeno da un elemento comune: l’amore paterno verso la figlia. Il gesto di Ettore è stato togliersi l’elmo, il gesto di questi padri è infilarsi l’elmo metaforico. E combattere per le figlie. Non per vincere chissà che premio, ma per far sì che dalle loro sorti tragiche possa nascere qualcosa di meglio per tutti noi.
Personalmente penso che, a padri così, tutti noi dovremmo solo dire grazie.

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