Sbarcavano in serie A in età avanzata, erano sgraziati, fumavano, bevevano e si allenavano a modo loro. Ma segnavano. Sempre. Un libro racconta la loro epopea e un calcio sentimentale ormai scomparso

Comparivano in Serie A dal niente già vecchi, attaccanti di piccole squadre con l’aria da cacciatori di taglie. Specializzati in poche situazioni di gioco, assoldati da società alla disperata ricerca di un pugno di gol per non retrocedere, segnavano reti su reti e diventavano degli eroi. Erano i mitici bomber di provincia, giocatori improbabili che negli spogliatoi fumavano prima della partita, che la sera prima bevevano grappa e che non avevano un talento evidente se non l’estremo pragmatismo del gol. Il mito dei bomber di provincia. Un almanacco sentimentale (Einaudi), è l’ultimo libro di Emanuele Atturo, 37 anni, romano, caporedattore della rivista Ultimo uomo ed esperto di sport.
Il libro è una raccolta di storie di calciatori che oggi non esistono più: gente come noi, lavoratori del calcio più che divinità dell’Olimpo, persone che nella vita facevano i muratori, come l’ex bomber della Fiorentina, Christian Riganò, che staccava alle cinque di pomeriggio e poi si allenava al gelo. Come Igor Protti, soprannominato lo Zar, calciatore del Livorno che a 11 anni lavorava in un cantiere e guidava la gru, per non parlare di Dario Hubner detto Tatanka, che di mestiere montava gli infissi in alluminio e ha segnato 74 gol in 143 partite in serie A. …




