Sulla strada verso un supermercato dove faccio la spesa, colgo un accento femminile straniero e questa frase: «Sino a un anno fa, con 50 euro mangiavamo in tre per una settimana. Adesso 50 euro non bastano per uno»
A tutti capita, anche involontariamente, di ascoltare qualche conversazione. Specie di questi tempi di cuffiette e smartphone. Con una vasta perdita del senso di vergogna per le proprie cose e del senso del rispetto per il silenzio altrui. In questo caso, l’elettronica invasiva non c’entra. Vado verso un supermercato dove talvolta faccio la spesa, colgo un accento femminile straniero e questa frase: «Sino a un anno fa, con 50 euro mangiavamo in tre per una settimana. Adesso 50 euro non bastano per uno».
Cinquantenne, robusta, scarpe comode, niente di moda come abbigliamento. L’altra, che ascolta, sua coetanea, scuote la testa. E così mi viene da pensare a quella che Luciano Bianciardi definiva “vita agra”. Che cosa si mangia con 50 euro in tre per una settimana? Patate, legumi (ma sapendo evitare le categorie extralusso delle lenticchie), scatolette, la pasta (ce n’è sempre in sconto) e…
E non mi viene in mente altro, perché anche le zucchine superano i 2 euro e quando le cuoci non sanno di niente. Faccio la mia spesa “comoda” e guardo meglio i prezzi e mi sale una profonda amarezza: nella testa continua a girarmi questo concetto di 50 euro, a settimana, per mangiare in tre. Come si può? Forse mangiano solo la sera, quando ognuno rientra a casa. Chissà poi che casa, chissà dove, chissà con quale affitto e chissà se il riscaldamento va bene, o se la casa si allaga quando piove. Eppure, quella signora che con sommo dispiacere commentava l’aumento dei prezzi, mostrava una grande forza: quella della dignità. Ha lasciato il suo Paese, forse fa la badante, forse le pulizie, quello che guadagna se lo suda e adesso non le basta. Quando la Caritas parla dell’aumento dei poveri, e la notizia sparisce dai telegiornali in un amen e dai giornali in un prosit, sa di che cosa parla. Noi tutti dovremmo sapere di che cosa parla, se i prezzi al consumo sono saliti così tanto e se i mercati rionali (altro dato) con le loro bancarelle diventano sempre più affollati. O se vediamo parecchi camion nelle periferie vendere la frutta – tutto in nero, tutto abusivo – agli angoli delle strade.
Evitiamo di parlare dei costi al metro quadrato delle case, dei mutui quarantennali, degli stipendi dei manager che ammazzano le aziende e però incamerano decine di milioni di euro all’anno. Ma una domanda bisogna proprio farcela: siccome a dispetto delle cavolate pronunciate anni fa da una forza politica velleitaria, e cioè “abbiamo abolito la povertà”, i poveri stanno aumentando, e fanno fatica a fare la spesa (quindi a pagare le bollette e via elencando), il governo che cosa fa? Possiamo essere di destra, di sinistra, di quello che si vuole, ma la domanda è diventata necessaria: se quella signora, con il sudore della fronte, oggi fatica a comprare da mangiare, ha diritto a una risposta concreta. O bisogna far finta di non sentirla per non disturbare il manovratore, anzi per compiacerlo?
Nelle stesse ore nelle quali mi capitava di sentire il lamento della badante, girava la notizia di Renato Brunetta, l’ex ministro castiga-fannulloni (a parole), il quale aveva provato ad aumentarsi lo stipendio pubblico (al Cnel) da 250 a 310 mila euro all’anno.
Così ci vengono tanti cattivi pensieri, sul fatto che in Italia le tasse le paghino solo quelli a reddito fisso e sfuggano ai controlli migliaia di proprietari di yacht, auto di lusso, ville strepitose. Cioè, se non fossero su un altro pianeta, i politici non dovrebbero dare ordini alla guardia di finanza di incrociare gli elementi certi che derivano da banche, agenzie delle entrate, registri dei mobili e degli immobili, e magari poter aumentare gli introiti statali grazie alle tasse che ora non pagano i ricchi, i truffatori, gli evasori? Il salario minimo deve essere minimo, non sotto il minimo.
Una settimana, in tre, spendevano 50 euro per mangiare: campioni di salto del pasto, senza nessuna medaglia. Qui l’oro, l’argento e il bronzo restano sempre in poche tasche.




