Casa Rider A Bologna un luogo di sosta e dignità

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Dal magazine online, l’intervista a Diarra Diakhate operatrice di Caritas Bologna e referente del progetto Casa Rider

Uno spazio dove riprendere fiato prima di tornare a sfrecciare per la città tra ordini e consegne. In un lavoro spesso senza alcuna tutela. Così Casa Rider è il luogo per provare a essere riconosciuti nei propri diritti. Perché quando si parla di rider il rischio sfruttamento è dietro l’angolo. Siamo nel centro storico di Bologna, Porta Pratello, un luogo da tempo vocato alla socialità e alla solidarietà. Per dire, Caritas Bologna era qui con il centro di ascolto già da prima che partisse il progetto Casa Rider. Diarra Diakhate, 32 anni, una laurea in sviluppo e cooperazione internazionale, è la referente del progetto per Caritas Bologna, promosso insieme con Arci e Cgil.

Casa Rider è un presidio di tutela dei diritti e ascolto per i rider.

E, aspetto importante, è nel cuore della città. è un posto dove i rider possono fare pause in tranquillità, senza la paura di ritardare le consegne. Tutto è a circa un chilometro da qui. Quindi anzitutto Casa Rider ha un’utilità concreta. Ci sono divani, c’è la possibilità di prendere un caffè.

Il clima familiare aiuta le persone a raccontarsi?

Spesso sono titubanti, hanno paura di esporsi e perdere l’unico lavoro che hanno trovato. Ci auguriamo sempre che desiderino andare oltre il momento di pausa. Possono recarsi allo sportello Cgil per questioni lavorative, sindacali; allo sportello Eureka di Arci per consulenza e accompagnamento ai servizi del territorio; al nostro centro di ascolto per affrontare temi abitativi o di integrazione. Gli operatori degli sportelli sono giovani, proprio per agevolare un clima informale, pensato per abbattere le barriere linguistiche, culturali e psicologiche che spesso impediscono di chiedere aiuto. Non sempre riusciamo a risolvere in tempi brevi i loro problemi, ma anche “solo” gestire insieme la frustrazione del momento è importante.

A Porta Pratello avete allestito una ciclofficina, dove i rider possono riparare le rispettive biciclette. Un luogo di socialità.

Noi forniamo materiali e loro provvedono alla sistemazione. La ciclofficina diventa un pretesto per favorire lo scambio di qualche parola. Può rappresentare un inizio informale di un legame più duraturo.

Spesso i rider sperimentano le difficoltà di lavorare per aziende senza una sede di lavoro fisica. Casa Rider a suo modo colma questo vuoto?

Non trovare un responsabile con il quale parlare per esprimere criticità o anche solo dire che tutto è andato bene è faticoso. Casa Rider è un laboratorio che prova a rispondere a un bisogno urgente, valorizzando la persona prima del lavoratore.

Diarra, cosa rende per te unica Porta Pratello rispetto ad altre opere Caritas?

Di certo il fatto che siamo tanti operatori di enti diversi. Ci arricchiamo a vicenda. Il nostro lavoro non può prescindere dalla collaborazione, ma anche perché le persone sanno che qui trovano risposte a diverse criticità. E operatori che diventano un punto di riferimento. Anche semplicemente per fare una chiacchierata. 

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