C’è ancora domani. Un film pacifista, antidoto alla violenza

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Noi spettatori sappiamo che spesso nel mondo vincono i cattivi, ma ci auguriamo sempre che i buoni almeno pareggino. Paola Cortellesi ha dato vita a una magia: quella dei barboni che volano in cielo, come in Miracolo a Milano

C’è ancora domani potrebbe andare a Los Angeles, a rappresentare l’Italia nella notte degli Oscar. Erano moltissimi anni che un film non alimentava così tanti articoli, discussioni, interventi, lettere al direttore. Il passaparola, alla base del successo del film, sembra una reazione al nostro presente: la politica muscolare, la mancanza di ascolto che ha invaso ogni programma tv, le strade oscure delle nostre città, i social così carichi di odio e divisioni, hanno stufato molti di noi. Di noi che vediamo sempre più raramente persone come Delia, la protagonista del film, che si fanno carico degli altri, che per gli altri sopportano dolori, fatiche e umiliazioni. Ci mancano oggi le persone serie che parlano poco e mai a vanvera.
Com’è possibile che il pluripremiato Paolo Virzì faccia un film sbilenco come Siccità, costato oltre 11 milioni per incassarne uno, e che Paola Cortellesi, alla sua prima regia, centri un film emozionante, raffinato e campione d’incassi? Non siamo critici cinematografici, siamo spettatori. E così, senza pretese, ci sembra di dover dire che Virzì ha alle spalle ottimi film, da La bella vita a Ferie d’agosto a Tutta la vita davanti, che ci hanno raccontato chi siamo. La sceneggiatura di Siccità procedeva però a casaccio. Il tentativo di raccontare una Roma senza acqua e i suoi spietati abitanti non ci ha coinvolto. La fantascienza distopica sembra facile da scrivere, non lo è per niente.
Viceversa, la sceneggiatura di C’è ancora domani ha un perfetto e semplicissimo punto di partenza nello schiaffone di un marito a sua moglie, appena svegli. E un punto d’arrivo nel quale – lo diciamo senza rivelare nulla – lo schiaffone non può e non deve più arrivare. Un argomento che capiamo tutti, purtroppo non è fantascienza. Sarebbe molto lungo il discorso sulle regole della creatività, diciamo solo che Paola Cortellesi ha saputo mettere poesia e un po’ di sorriso nella vita quotidiana di una donna in difficoltà, senza spargere miele. C’è chi a proposito del suo film ha parlato di femminismo, di famiglia, di Italietta che fu, del voto. Noi vorremmo attribuire a Delia, alla protagonista del film voluto e girato da Cortellesi, un aggettivo desueto: buono. Delia è la personificazione della bontà. Quella bontà dei semplici, si oserebbe dire dei puri di cuore. I miserabili sono altri: lei è povera, ma nobile d’animo. Delia sopporta e, sotto sotto, combatte. Delia avrebbe altre possibilità; ma non vuole, magari non sa, o non saprebbe coglierle. Delia aiuta chi può e resta gentile, si fa rispettare, o almeno ci prova: solo con il marito subisce ed è senza scampo. Sono questi della violenza domestica meccanismi che – purtroppo lo sappiamo, o lo dovremmo sapere tutti – possono portare al femminicidio. Meccanismi complicati, intimi, sbagliati: e non si comprende quasi mai come incepparli, nella vita normale, se non con la denuncia immediata alle forze dell’ordine.
Noi, semplici spettatori, però non vediamo in Delia il passato sottomesso delle mamme e delle nonne italiane (non tutte, anzi), il patriarcato e il padre-padrone (non tutti, anzi). Né vediamo le sfortune di una generazione che ha conosciuto due Guerre Mondiali sul territorio italiano, le città che uscivano dalle macerie. Questo universo viene sì proiettato nella sala cinema in bianco e nero, ma resta uno scenario, un tramonto che non ci fa mai perdere di vista Delia: affaticata e umiliata, ma capace di prenderci per mano e portarci in un film pacifista, in sequenze che sono un antidoto alla violenza. Noi spettatori sappiamo che spesso nel mondo vincono i cattivi, ma ci auguriamo sempre che i buoni almeno pareggino, e talvolta possano farcela a rovesciare i peggiori, a portare più giustizia agli indifesi. Paola Cortellesi ha dato vita a una magia: quella dei barboni che volano in cielo, come in Miracolo a Milano. Per Delia C’è ancora domani: per una di noi, una che vorremmo votare e, grazie al passaparola, mandare all’Onu con la sua camicia rammendata, affinché trovi la voce per dire… Voi direte la vostra, dopo aver visto il film, per me la parola che corre lungo tutto il film è: pace, paix, salam, paz, shalom, peace.

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