Il ricordo di Francesco Corda che, insieme ad Ermanno Azzali, fondò la Cena dell’amicizia e poi l’associazione Effatà. Due figure che raccontano la forza del volontariato, il valore della gratuità e l’amore per gli ultimi della fila

Un altro degli amici storici di Scarp è andato avanti, come dicono gli Alpini. Si chiamava Francesco Corda, esponente di quella generazione di volontari che per primi in tutta Italia si sono occupati delle persone senza dimora, dei clochard, o, come cantava Enzo Iannacci nella canzone che ha ispirato il nome di questa testata, dei barbun per dirla in milanese.
Canzone che si rifà allo spirito della città degli anni ’60, quella in cui Francesco, spinto dalla sua fede religiosa insieme a Ermanno Azzali – un altro dei padri di questa rivista, ormai trent’anni fa – aveva deciso di dedicarsi da volontario agli ultimi. Prima all’associazione Cena dell’amicizia e poi dando vita nella sua parrocchia a Effatà, un’associazione che all’inizio offriva una cena una volta alla settimana, e poi aveva preso, in comodato, alcuni appartamenti popolari per le persone che cominciavano un percorso di reinserimento. Intanto partecipava alle prime esperienze della commissione grave emarginazione della Caritas Ambrosiana e ai primi incontri della neonata fio.PSD. Un’esperienza importante da ricordare, perché sono queste le realtà preziose che sanno rigenerare il tessuto sociale di questo Paese. Il volontariato, lo spirito di gratuità e l’attenzione ai più vulnerabili credo sia l’eredità più preziosa di quella generazione di giovani degli anni ’60 che ha saputo cogliere il meglio di quell’epoca di cambiamento, cercando di lottare per cambiare il mondo senza armi o violenze, ma con le idee e l’amore facendo dell’attività di aiuto al prossimo, della solidarietà o della carità, a seconda della fede che uno aveva o meno, uno stile di vita.
Francesco Corda, che aveva quasi 90 anni, era una persona rigorosa ed esigente, ma aveva la capacità di ascoltare con grande umiltà, di capire e allo stesso tempo di drizzare le antenne davanti ai bisogni. Sempre senza dimenticare l’umanità. Occuparsi di senza dimora anche da volontari non è semplice, mai stato. Significa fare i conti con un sistema sociale carente sia dal punto di vista del numero di operatori pubblici – i centri di salute mentale sono pochi, i fondi mancano, scarseggiano gli assistenti sociali – che della spesa sociale e assistenziale. Dietro ogni storia di emarginazione ci sono anche ostacoli che nessuno aiuta a rimuovere. Per questo ripensando a Francesco Corda, che è un po’ il nonno ideale di tanti ragazzi e ragazze che oggi si dedicano agli altri magari in modo informale, viene da pensare a come far incontrare questi grandi cuori con chi ha bisogno.
Quando la cura viene sacrificata
Vediamo ad esempio il tema guida di questo numero di Scarp, la povertà sanitaria. Quanta gente deve scegliere, soprattutto tra gli anziani, se pagarsi la dentiera nuova, le medicine o le bollette? Spesso è la cura a venire sacrificata, ed è una grande ingiustizia che penalizza gli anziani, le famiglie povere, molti giovani che spesso sono i poveri di oggi. Si può aiutare questo popolo non necessariamente in modo formale, in modo organizzato, in quest’epoca di monadi e di individualismo.
Chi non vuole voltare la testa può diventare una sentinella di condominio o del caseggiato, provare a forzare un chiavistello di solitudine e capire parlando qual è il bisogno. Da lì nasce spontanea e inevitabile la necessità di entrare in una rete, di imparare a conoscere i servizi diventando cittadini responsabili. Il cammino di Ermanno, di Francesco, dei giganti del volontariato sulle cui spalle camminiamo, è cominciato magari guardando un uomo che chiedeva l’elemosina con le scarpe da tennis sfondate. Oggi si usano le sneakers, i guardaroba ne sono ben forniti e la povertà è cambiata. Il cuore no.




