Claudio Fava «Brusca fuori? Dobbiamo decidere se sentirci o meno figli di Beccaria»

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«Dobbiamo restituire ai ragazzi una memoria ricostruendola, contestualizzandola. Non possiamo ricordare la strage di via d’Amelio senza parlare della verità sul depistaggio»

 Giornalista, sceneggiatore, scrittore, deputato, europarlamentare, sportivo: Claudio Fava aveva 27 anni quando papà Giuseppe, allora direttore de I Siciliani, venne ammazzato dalla mafia per aver fatto il suo dovere, ovvero scrivere ciò che vedeva. 

Claudio, oggi, non ama per nulla essere definito il figlio di… e non ha nemmeno particolarmente piacere a girare l’Italia per fare il ritratto del santino di suo padre. Lui fa altro. Parla, scrive, racconta storie – spesso basate sulla realtà – per arrivare a tutti. Basterebbe citare il film I cento passi di cui è stato sceneggiatore per comprendere l’anima di Fava. A 33 anni dalle stragi del 1992 lo abbiamo intervistato per capire meglio quanto sta accadendo in Italia.

Partiamo dall’esame di maturità. L’ha stupita che il tema su Paolo Borsellino l’abbiano svolto in pochi, solo il 13%?

Se nei giorni della festa di Sant’Agata a Catania chiedi alle persone chi era quella donna, cosa accadeva in quella città nell’anno di grazia in cui venne martirizzata, nessuno lo sa. Esattamente così abbiamo consegnato ai libri di storia la memoria dei morti ammazzati dalla mafia. Poi arriva all’esame di Stato un tema su Borsellino, sulla sua vita e pochi lo sanno fare. Dobbiamo restituire ai ragazzi una memoria ricostruendola, contestualizzandola. Non possiamo ricordare la strage di via d’Amelio senza parlare della verità sul …

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