Dal magazine online: Sono cinquantasei i conflitti in corso nel mondo. Quanti ne conosciamo? Cosa ne sappiamo?
In alcune situazioni i numeri parlano chiaro; in altri casi, invece, pare non facciano che aumentare la confusione, quasi a voler “togliere l’anima” a ciò che identificano. Per questo, quando si dice che ci sono cinquantasei conflitti in corso nel mondo, si affollano nella mente una ridda di domande: in che senso? Dove, esattamente? Con quali conseguenze?
Solo pochi studiosi riuscirebbero probabilmente a citare più di una decina di scenari di guerra attuali. Eppure, «immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza» (Papa Francesco, Spes non confundit, 8).
Gli studiosi informano che sono due gli elementi caratterizzanti dei conflitti di oggi rispetto a quelli anche solo di pochi anni fa: le tecnologie militari, che arrivano più lontano e sono più distruttive; e una crescente competizione geopolitica, ovvero la lotta per il potere. Dunque, una lotta per il potere anche a scapito dell’Uomo, della vita e della dignità umana.
Le drammatiche conseguenze del conflitto in Sudan scoppiato ad aprile 2023 si sono riversate sui Paesi circostanti quali Ciad, Sud Sudan, Egitto, Etiopia, Repubblica Centrafricana e Libia. Vi sono però anche situazioni che perdurano da anni e che fanno ancora meno notizia: si pensi alla Repubblica Democratica del Congo, al Burkina Faso, alle fragilità del Corno d’Africa.
Nell’Asia centrale si tende a concentrare la già scarsa attenzione alla pesantissima situazione dell’Afghanistan, o del Myanmar, che sono però circondati da ogni lato da Paesi le cui società vivono sfide diverse ma accomunate dalla presenza di tensioni esacerbanti delle vulnerabilità di ampi spicchi delle comunità che le abitano.
In America Latina, l’instabilità politica e le lotte armate in Ecuador e Colombia passano ormai quotidianamente sottotraccia, mentre le conseguenze dell’esodo di massa dal Venezuela sembra non essere affar nostro da nessun punto di vista.
Il fragore delle armi e della violenza pare quindi condividere questo tempo con il fragore assordante del silenzio. Il silenzio dell’indifferenza, della mancanza di vicinanza, di vanificazione della solidarietà internazionale.
Nell’indire l’anno giubilare, Papa Francesco ha esortato la comunità cristiana alla Speranza. Una speranza che sia però non astratta ma tangibile, il cui primo segno «si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra» (ibid.). Che sia dunque questo un potente appello a gesti concreti, individuali e comunitari, che partano dal desiderio di osservazione e informazione per poi portare alla condivisione, alla critica, all’azione costruttiva all’interno delle competenze e responsabilità di ognuno.
[Silvia Sinibaldi]





