De profundis per quello stile di giornalismo che non c’è più

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Sui media si è assottigliato il racconto. E, purtroppo, si sta perdendo quella famosa caratteristica di vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie che faceva del giornalista il tramite tra il fatto e il lettore. Si crede ancora che con Internet si arrivi ugualmente, spendendo meno soldi, a un risultato accettabile

Lasciamo sullo sfondo la vicenda della giornalista Cecilia Sala, alla quale siamo stati totalmente solidali. Lasciamo perdere anche il tema dei Paesi che sbattono in galera le persone senza un criterio di rispetto minimo di che cosa sia reato e di che cosa non lo sia: fanno vivere i loro cittadini in una situazione che ricorda il nostro Medio Evo, eppure i nostri Stati occidentali e democratici continuano ad averci a che fare. Sia perché il mondo è complesso, sia perché potere e petrolio valgono più – e diciamolo! – degli esseri umani. Si preferisce non toccare l’argomento se si è politici. E ai giornalisti, se lo fanno, sembra di abbaiare alla luna, come i cani nella notte. Lasciamo perdere molti argomenti, compresi i rischi del giornalismo indipendente in un mondo dove aumentano le guerre e le “democrature”. Ragionando su quanto è accaduto a Cecilia Sala in Iran, però su un argomento “non possumus” tacere. Come ha spiegato Mario Calabresi di Chora Media, caratteristica professionale della giornalista diventata prigioniera è andare sul posto. Ma questo andare sul posto, che è stata l’essenza primigenia del giornalismo, e che ha scritto pagine memorabili ovunque nel mondo e nei secoli, è diventato nei media moderni sempre meno praticato.
Siamo d’accordo: i conti devono quadrare e gli inviati costano. Ma se i lettori o, in modo generico, gli utenti e i cliccanti calano (così è), non possiamo non farci una domanda. E cioè, è meglio risparmiare su coloro che andando sul posto ci danno delle notizie fresche? O non sarebbe meglio tagliare altri costi, a cominciare dai commenti che non aggiungono niente ai nostri ragionamenti e sono diventati tutt’al più un esercizio di scrittura, di potere e di visibilità?
Sui media si è assottigliato il racconto. E, purtroppo, si sta perdendo quella famosa caratteristica di vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie che faceva del giornalista il tramite tra il fatto e il lettore. Si crede ancora che con Internet si arrivi ugualmente, spendendo meno soldi, a un risultato accettabile. Invece, si sta arrivando a risultati inaccettabili che infatti aiutano il lettore, o il cliccante, o il telespettatore, a disertare sempre più la lettura o la visione di fatti che ha già visto e sentito; e si crede ormai che i fatti siano proprio quelli lì: a meno che non si “aggiunga” qualcosa. Ma per aggiungerlo come si può fare? Si dovrebbe fare esattamente come Cecilia Sala e come tanti altri: si va sul posto.
È un sillogismo semplice. Ma i cronisti che hanno trascorso un’intera vita professionale senza uno scoop da prima pagina o i capiredattori che hanno trascorso un’intera vita senza un colpo d’ala, ma nuotando sempre e solo nella corrente, oggi capiscono meno di ieri. Non avvertono la necessità – anche per conservare il posto di lavoro – di uscire dalla pigrizia. Ci si è adagiati al peggio. E non lo si ammette. La responsabilità è sempre di un altro.
Un ricordo. Molti, molti anni fa dentro Repubblica ci fu un dibattito sull’accusa che Giuseppe D’Avanzo, grande scoopista, mosse al direttore Ezio Mauro sul “giornalismo sushi” (lo chiamò così). E cioè, non voleva un giornalismo presentato bene ma di poca sostanza. Ora, con il senno di poi, in quegli anni andare sul posto era la regola, D’Avanzo ha firmato scoop memorabili e Mauro è stato un direttore longevo e presente in redazione; e, finché la stella di Silvio Berlusconi politico non si è spenta, gradito all’editore. C’erano giornali di battaglia, c’era la voglia di sgomitare (sgomitare con lealtà, come accade nel calcio, non dà fastidio a nessuno; il problema è chi sgomita senza lealtà, ma questo accade in ogni campo, non solo nel giornalismo) e c’era spesso il desiderio di raccontare quello che il cronista aveva imparato sul posto. Si scriveva correndo. Oggi nell’elogio che Calabresi fa di Sala si legge l’amaro de profundis per uno stile di giornalismo che direttori ed editori praticano sempre meno (e procedono con i paraocchi, come se non vedessero i rendiconti giornalieri e mensili delle copie perdute e dei telespettatori trasmigranti).

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