Per la Fao sono 420 milioni gli ettari di foreste scomparsi negli ultimi trent’anni. L’80% della deforestazione è dovuta alla necessità di far posto ai terreni per la produzione di carne, soia e olio di palma, richiesti dai Paesi occidentali
Nel dicembre del 2022 l’Unione europea ha adottato un regolamento innovativo e unico nel suo genere. Si tratta di un accordo che mira a «ridurre il rischio di deforestazione e degrado forestale connesso a prodotti importati nell’Unione europea o esportati dalla stessa». In termini pratici, l’idea è di imporre norme obbligatorie a tutti gli operatori commerciali che immettono beni per la cui produzione è necessario, direttamente o indirettamente, disboscare.
Si tratta della cosiddetta deforestazione importata. Sono in effetti molte le materie prime o i beni che ricadono in tale categoria: secondo una valutazione d’impatto effettuata dalla Commissione europea, i principali prodotti importati sul territorio dell’Ue con provenienza da terreni disboscati sono l’olio di palma (34%), la soia (32,8%), il legno (8,6%), il cacao (7,5%), il caffè (7%), la gomma (3,4%) e il mais (1,6%). A ciò si aggiungono numerosi prodotti derivati, come cioccolato, oggetti di arredamento, carta e prodotti a base di olio di palma (in particolare nel settore della cosmetica). Senza dimenticare il peso degli allevamenti, in particolare quelli di bovini.
Complessivamente, secondo il Wwf, «l’80% della deforestazione mondiale è dovuta alla necessità di fare posto ai terreni per la produzione di carne, soia e olio di palma, richiesti dai Paesi occidentali che consumano e sprecano sempre di più». Inoltre, prosegue l’associazione ambientalista, «l’Ue “importa” enormi quantità di deforestazione ogni anno. I consumi sono responsabili del 10% della deforestazione globale, che avviene prevalentemente al di fuori dei confini europei». E l’Italia non fa eccezione: il nostro Paese «è un tradizionale importatore di materie prime a rischio di deforestazione: non solo legname, ma anche carni, soia, olio di palma, caffè, cacao, cuoio, e altro ancora». Tutelare clima ed ecosistemi, rendere noto ai consumatori cosa implicano determinati acquisti, garantire trasparenza e spingere verso un modo diverso di produrre: tutti obiettivi positivi e condivisibili, dunque. Eppure, i problemi non mancano. Non a caso, un gruppo di Paesi europei ha chiesto che il regolamento venga rivisto profondamente e che se ne ritardi l’entrata in vigore, prevista sulla carta entro la fine dell’anno in corso. Tre funzionari europei, parlando all’agenzia Reuters, hanno fatto sapere già nei mesi scorsi che l’Austria si è posta alla testa di una ventina di Stati scettici sugli impatti concreti della nuova normativa (si sa che del gruppo fanno parte anche Italia, Francia, Polonia e Svezia). …





