Diritti

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Per gli ultimi stanno diventando sempre più un miraggio: in trent’anni molte conquiste ma tante perdite di posizione

Abbiamo scelto di illustrare la copertina e questo servizio con i ritratti e le storie dei nostri venditori. Grazie al loro lavoro, alla loro tenacia e al loro coraggio, Scarp raggiunge il traguardo dei trent’anni di vita. Le loro sono storie di dignità e di cittadinanza, che raccontano come sia possibile ripartire, anche dopo una grave caduta, a patto che ci sia qualcuno disposto ad offrire una seconda possibilità


Armina (a sinistra) ha 20 anni, romena, è sposata e ha una figlia. Vende Scarp da due anni
e da uno – grazie al lavoro di servizi sociali comunali e Caritas – vive in una casa popolare.
A destra, Florina-Daiana, “la Daiana”, come la chiama sua suocera Lia (nella pagina a fianco),

è nata 27 anni fa a Caransebes, in Romania. Grazie alle sue capacità, ha visto riconoscere
i propri diritti di moglie e mamma straniera in italia

La casa non è solo riparo ma luogo che regala dignità. Un diritto spesso disatteso


Chiara Saraceno, sociologa, laureata in filosofia, ha insegnato sociologia della famiglia all’Università di Torino. È stata membro della Commissione italiana di indagine sulla povertà e l’emarginazione

Non avere una “dimora” è qualcosa di più del già problematico non avere un riparo su cui si può contare con ragionevole certezza. Significa che anche la residenza anagrafica, che in Italia è la porta d’accesso non solo per il documento di identità ma anche per tanti diritti sociali – sanità, scuola, alloggi di edilizia sociale, forme di sostegno al reddito, per dire i più importanti – non è assicurata, benché, su richiesta, molti Comuni diano un indirizzo fittizio, e lo stesso facciano molte associazioni di terzo settore. 

Ma non sempre chi è senza dimora sa di questa possibilità. Oppure si sposta da un Comune all’altro senza cambiare residenza. È il caso di molti senza dimora italiani che si trovano così nella condizione di sans papier analogamente a chi, straniero, è arrivato in Italia in modo più o meno fortunoso, è uscito dai luoghi di prima accoglienza, è in attesa di un permesso di soggiorno che spesso tarda ad arrivare, o non arriva proprio, non può appoggiarsi, o solo con soluzioni di fortuna, presso connazionali e non può, non solo iscriversi all’anagrafe, ma neppure avere un lavoro regolare. Per altro, avere un indirizzo fittizio facilmente identificabile come indicatore dell’essere senza dimora, o essere alloggiati temporaneamente in dormitori o strutture di accoglienza, non facilita neppure la ricerca di lavoro anche per chi ha i documenti, o di tenere il lavoro che si ha.

Non avere una dimora significa non avere uno spazio che si può definire proprio, privato, in cui tenere le proprie cose, riposare in condizione protetta quando se ne sente il bisogno, vedere i propri amici o i propri figli. Avere, insomma, una vita privata. Anche chi vive temporaneamente in alloggi forzatamente condivisi con altri spesso non ha neppure un letto proprio, ma uno in cui “fa i turni” con altri, avendo poco più che la propria valigia come spazio esclusivamente proprio. Succede, sospetto, anche a molti rider stranieri, specie a quelli senza permesso di soggiorno, che affittano un account da qualcun altro, talvolta lo stesso che trova loro il posto dove dormire, in una forma di doppio caporalato: per l’account e per il letto. Ancor più privo di uno spazio privato è chi trova riparo in dormitori o strutture di accoglienza, dove non ci si può fermare di giorno e per lo più non si può lasciare nulla, oltre a temere di essere derubati di quel poco che si ha durante la notte da qualche compagno di sventura.

Difficile ripartire senza un luogo proprio

Non avere una dimora significa doversi portare appresso sempre tutto quello che si ha, essere in continuo movimento e continuamente a rischio di essere spostati più o meno rudemente. I periodici allontanamenti di chi dorme per strada – perché non …

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