Ultima dei tre figli di un dipendente delle Ferrovie, nata a Cagliari, cresciuta nella cittadina di Sestu, a una decina di chilometri dal capoluogo, dilaniata a 24 anni dall’esplosione di un’autobomba a Palermo, Emanuela Loi è stata la prima poliziotta italiana uccisa in servizio
Il concorso per arruolarsi in polizia l’aveva fatto per gioco, per fare compagnia alla sorella maggiore che alla divisa ci teneva tanto. Ma la poliziotta, poi, l’aveva fatta sul serio. Accettando anche un incarico rischioso: l’assegnazione al nucleo scorte in una città insidiosa come Palermo.
Nel giugno 1992, quando l’avevano inserita nella scorta del giudice Paolo Borsellino, il magistrato più esposto dopo la morte per strage del suo amico e collega Giovanni Falcone, non l’aveva neanche detto in famiglia. «Tranquilli: non mi succede niente» aveva rassicurato i genitori.
Così, il 19 luglio 1992, quando il telegiornale annunciò che tra gli agenti morti, al fianco di Borsellino, nella strage di via D’Amelio, c’era una donna, una ragazza, e che il suo nome era Emanuela Loi, sua sorella, Claudia, svenne dall’emozione e dal dolore davanti alla tv.
Ultima dei tre figli di un dipendente delle Ferrovie, nata a Cagliari, cresciuta nella cittadina di Sestu, a una decina di chilometri dal capoluogo, dilaniata a 24 anni dall’esplosione di un’autobomba a Palermo, Emanuela Loi è stata la prima poliziotta italiana uccisa in servizio. Con lei, nel rogo che consumò la vita del giudice Borsellino, morirono altri quattro agenti di scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Trentadue anni dopo le stragi, i loro nomi non sempre vengono ricordati, uno per uno, nelle liturgie degli anniversari. Ma a Emanuela Loi sono intitolati oggi, da un punto all’altro del Paese, piazze e giardini, parchi, ponti, strade. E scuole.
Alla scuola, da ragazzina, Emanuela sognava di dedicare la vita: voleva fare la maestra, perché le piacevano i bambini. Si diplomò all’istituto magistrale, tentò la via dei concorsi. A ventun anni, per divertimento, andò ad accompagnare sua sorella Claudia al concorso per entrare in polizia; si iscrisse anche lei: vinse, e la sorella no. Tornata a casa, trovò ad aspettarla la notizia che aveva vinto anche il concorso per l’insegnamento. Ma scelse la polizia: «Per fare del bene alla società».
Nel 1991 le arrivò il trasferimento a Palermo. «Sai, la città della mafia», disse alla sorella. Cominciò facendo da piantone a edifici sensibili. Le toccò vigilare la residenza di Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica e fratello di Piersanti, il Presidente della Regione ucciso dalla mafia nel 1980. Fece da scorta a Pina Maisano Grassi, vedova di Libero Grassi, l’imprenditore assassinato da Cosa nostra perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992), la devastante carica di tritolo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, ebbe l’incarico di scortare Borsellino. Il magistrato la accolse con un sorriso: «Dovrei essere io a proteggere te», le disse.
A Emanuela Loi, lo Stato ha assegnato una medaglia d’oro al valor civile. Ma non ha saputo darle giustizia: la verità sulla strage, oscurata – secondo gli stessi magistrati – dal “più grande depistaggio nella storia della Repubblica”, è ancora lontana.




