Viva le vite che corrono su un piano inclinato prima di arrivare al traguardo, viva gli sconfitti che non si arrendono perché spesso si può scegliere una seconda vita
Caro Schiavi, ho ascoltato nelle scorse settimane il podcast Sconfitti. Sul filo di lana, realizzato da questo giornale. L’ho trovato interessante, soprattutto per lo sguardo e la luce non già sui vincitori, ma su chi perde. Abituati come siamo a celebrare le vittorie e i trionfi, in un mondo dove la competizione è il sale della vita, mi è sembrato interessante questo punto di vista differente. Che riflette peraltro molte storie che spesso leggo su queste pagine. Storie di riscatto morale, di rivincita. Non trova che nelle nostre vite sia spesso esclusa una seconda possibilità? Giuseppe Meroni
Caro Meroni,
viva l’umanità di chi arriva secondo. Viva le vite che corrono su un piano inclinato prima di arrivare al traguardo. Viva gli sconfitti che non si arrendono, come quelli riabilitati dal podcast di Scarp de’ tenis.
Ho ritrovato l’elogio dei secondi che fece Ambrogio Fogar, il navigatore solitario immobilizzato da una lesione midollare dopo l’incidente nel raid Parigi-Pechino. È un pezzo scritto per la Gazzetta dello Sport, sulle lacrime di Lara Magoni, medaglia d’argento ai Mondiali di sci, condizionata da una serie di infortuni e incidenti. “I vincitori rappresentano uomini e donne insuperabili. Splendono sul podio, distinguendosi per qualche minuto dal resto dell’umanità. Chi arriva secondo invece rappresenta l’umanità stessa. Corre contro le avversità, contro il destino, contro tutto. Per i secondi non c’è la fortuna, cara Lara, devono fare tutto da soli e per questo sono più umani…”.
In conclusione, una postilla: “Non ci sono solo gli eterni secondi. C’è anche chi improvvisamente rifiuta del tutto la competizione. I risultati, l’ansia di arrivare, e decide di cambiare radicalmente”. È il secondo tempo della vita.
Fogar ricorda il navigatore che a un passo dal trionfo decise di cambiare strada, di rinunciare al successo. Si chiamava Bernard Moitessier. Con la sua barca era primo in una durissima gara in solitaria nell’Oceano Atlantico. Moitessier quel giorno cambiò rotta. Doppiò nuovamente Capo di Buona Speranza, attraversò l’Oceano Indiano e si rifugiò vicino a Tahiti. Una scelta di vita. Lontano dal successo. Anche per questo divenne un mito.
Chi fa sport non può permettersi queste scelte. Ma come Moitessier ogni tanto si puo scegliere una seconda vita: essere umani.




