Ruben è un’isola, il posto dove si mangia con un euro, simbolico. Se non ce l’hai lo mettiamo noi.
è il nostro modo di intendere il welfare a Milano, ma non basta. La città deve fare di più per contrastare le nuove povertà, ci sono troppe disuguaglianze, troppa gente che sta male
Ernesto Pellegrini. Basterebbe l’Inter per raccontare una storia. O l’impresa che ha fondato: 10 mila dipendenti, 400 mila pasti serviti ogni giorno, 900 milioni di fatturato. E invece gli stringi la mano e lui ti parla di Ruben. Sembra il nome di un’ala destra sudamericana. Invece è l’insegna di un ristorante. Un luogo solidale che si occupa degli ultimi. Anzi, dei penultimi. Quelli che di colpo diventano poveri. Li chiamano i nuovi poveri.
Pellegrini ne ha fatto un’isola, il posto dove si mangia con un euro, simbolico. Se non ce l’hai lo mette lui.
Al Lorenteggio, ogni sera, ai tavoli apparecchiati c’è un esercito che salva la dignità e si sente accudito. Con la Caritas è partito un piano di reinserimento sociale. Per quelli che non si vogliono arrendere, che non hanno un lavoro, che hanno i figli ma non una famiglia, che non sanno come pagare l’affitto di casa, si cerca di costruire un percorso per tornare alla normalità.
Pellegrini ha realizzato Ruben dieci anni fa. È stato il suo modo di risarcire un vecchio debito, un caso personale e umano che si portava dietro da anni. «L’ho fatto per restituire qualcosa del tanto che ho avuto a quelli più sfortunati, a chi è stato condannato dagli imprevisti della vita».
Ruben era uno così. Viveva solo in una stanza sopra la stalla nella cascina della famiglia Pellegrini, ortolani di Morsenchio, vicino a Linate, tra il campo da volo di Taliedo e Rogoredo. Campi e fatica, giorni di nebbia, vento, afa e gelo, la bancarella al Verziere, poi l’esproprio, negli anni del boom: e la cascina che diventa una foto in bianco e nero da mettere in ufficio per ricordo, un poster del ragionier Pellegrini che inizia la sua carriera alla Bianchi, contabile, prima di aprire la partita Iva e occuparsi di mense.
«Ruben era rimasto là, aveva trovato rifugio in una baracca. Mi ero ripromesso di trovargli un posto a Milano appena le finanze me l’avessero consentito. Ma non ne ho avuto il tempo». È La Notte alla fine degli anni Sessanta a dargli la notizia: “Barbone muore assiderato”. Pellegrini ricorda e si commuove. «Non era un barbone, era Ruben. Un uomo dimenticato».
La vita con Ernesto Pellegrini è generosa. Lui non si risparmia sul lavoro. Tenacia e onestà, i suoi slogan. Gli piacciono i sogni e il sogno più bello si chiama Inter. Un giorno se la compra con una stretta di mano e qualche cambiale dal presidente Fraizzoli. Diventa il Presidente, porta Rumenigge e Matthaus, i nibelunghi del Bayern e vince uno scudetto e altre coppe. È amato e popolare quando pensa: è giunto il tempo di restituire qualcosa. Si può dare una mano a chi è umiliato dalla mancanza di un lavoro, da una separazione, da una malattia.
Pellegrini è credente, ogni sera prega: «Perché in quel che ho avuto c’è sicuramente la mano di Dio», dice. Ruben è una grazia del cielo, gli fanno notare gli amici: «Ho fatto la cosa che mi riesce meglio, dar da mangiare alla gente. Ma ricordare il povero Ruben per me vuol dire aiutare chi ha bisogno, non dimenticare chi sta peggio di noi».
Solidarità alla meneghina
Quando ha inaugurato il ristorante solidale, Pellegrini non pensava che sarebbe diventato una parte così importante della sua vita. Oggi ne condivide il senso con la figlia Valentina, avviata a prendere il suo posto alla guida dell’azienda.
«Ruben è il nostro modo di intendere il welfare a Milano, ma non basta. La città deve fare di più per contrastare le povertà, ci sono troppe disuguaglianze, troppa gente che sta male», dice lei. Per documentare il disagio, Ernesto e Valentina Pellegrini hanno chiesto ai fotografi di Città un reportage sulla Milano dei nuovi poveri da presentare il 23 novembre in Triennale. A cominciare da quelli che ogni sera vanno da Ruben. Un euro non per sopravvivere, ma per ricominciare a vivere.





