Nel 2026 si ricordano ottocento anni dalla morte di San Francesco, avvenuta il 3 ottobre 1226. Scarp dedica al Santo d’Assisi un dossier speciale, ripercorrendo i suoi messaggi incredibilmente attuali, anche secoli dopo. Esperienze, ritratti di persone che cercano di vivere secondo i principi dell’attenzione agli ultimi, della cura del creato, del dialogo tra le religioni e la costruzione della pace
Il poverello, lo chiamano. Francesco d’Assisi, nato Giovanni figlio di Pietro di Bernardone, quando venne al mondo, povero di certo non era. Lo era invece quando morì, dopo aver rinunciato a tutto, aver vissuto da povero tra i poveri e gli emarginati, aver predicato la pace, l’amore per il creato e le sue creature, aver incontrato e dialogato con il mondo musulmano, aver dato una scossa epocale alla Chiesa e alla società.
Abbiamo chiesto a fra Paolo Martinelli, vescovo milanese, frate cappuccino e oggi Vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, una riflessione su tre temi tanto cari a Francesco: l’attenzione ai poveri, la cura del creato e il dialogo con le religioni.
Francesco e gli ultimi. La povertà è forse la prima caratteristica che viene in mente di San Francesco: lascia tutte le sue ricchezze e sceglie una vita senza nulla, vicino ai poveri, ai lebbrosi. Una povertà che si traduce anche in fiducia, in Dio e negli altri. Cosa ci dice, oggi, questa sua rinuncia?
Siamo in cammino verso l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026). Uno dei temi fondamentali legati al suo itinerario spirituale è quello dei poveri e della povertà. Francesco è figlio di un ricco mercante, in famiglia ha sempre avuto tutto. Seguiva l’ideale cavalleresco e dell’amor cortese. Non aveva mai sperimentato l’indigenza. La sua attenzione per i poveri nasce dal suo percorso di conversione: dopo aver provato l’amarezza della sconfitta in battaglia e il carcere, incontra quei lebbrosi che aveva sempre evitato e si ferma con loro, li abbraccia invece di fuggire, inizia a …





