Franco Faggiani «La montagna è un gran laboratorio di incontri»

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Lo scrittore, narratore delle Terre Alte, racconta a Scarp il suo ultimo libro e il desiderio di far vivere agli altri, attraverso la scrittura, quello che i suoi occhi vedono: paesaggi, persone, montagne

 «Io oggi non voglio più raccontare, ma far vivere agli altri, attraverso la mia scrittura, quello che vedo: i paesaggi, le persone, la montagna. Sto cercando una scrittura che sia visiva, e i lettori se ne sono resi conto. Mi dicono che leggono i miei libri perché faccio vivere delle storie. E questa è la cosa che mi piace fare, oggi». Franco Faggiani, narratore delle Terre Alte, della natura che non è addomesticabile, ma con cui occorre cercare un equilibrio, per non perderla come territorio di vita. La luce del primo mattino, Fazi editore, è il suo ultimo libro. L’abbiamo intervistato a partire da qui, esplorando la sua opera vasta e ricca. E, pur parlando di montagne e lunghe traversate a piedi, racconta sempre storie nuove.

Come nasce questa passione per la natura, la montagna, i cammini?

Intorno ai 14 anni, perché prima di allora vivevo a Roma, mia mamma lavorava in casa, faceva la sarta, mio papà era operaio, andava in giro per le miniere italiane. Nessuno aveva tempo per portarmi da qualche parte. Poi mio padre fu trasferito a Milano. A scuola feci amicizia con un coetaneo che amava camminare in montagna. Mi si aprì un mondo nuovo. Mi portò subito sulla Grigna, le Dolomiti dei milanesi. Rimasi incantato da quei paesaggi straordinari, a Roma la ciò che avevo visto di più alto era la cupola di San Pietro. Mi appassionai subito agli alpinisti e alle loro storie incredibili – Bonatti, Mauri –. E poi vennero le pareti da scalare, il ghiacciaio, il paracadutismo, lo sci. Solo che quando mi chiedevano che cosa avessi visto della montagna non sapevo cosa rispondere: dovevo stare così attento a dove mettevo i piedi per non precipitare che non vedevo altro. Così ho smesso di fare cose pericolose, anche per questioni anagrafiche, e ho scoperto la montagna in senso orizzontale e non più verticale. Ci camminavo sopra, ed è molto più divertente, più interessante, più attraente.

Nei suoi libri torna spesso il tema della solitudine e della bellezza di camminare da soli nella natura.

Nonostante sia coinvolto in tanti cammini di gruppo, confesso che preferisco andare da solo. C’è un senso di maggiore libertà, puoi decidere dove andare, se fermarti, se tornare. O al limite in compagnia di poche persone che la pensano come me. Il cammino solitario ti induce a prendere delle decisioni, a osservare di più e quindi a riflettere, a guardare il mondo con più attenzione. Un amico insegnante di yoga una volta mi disse: «Guarda che non si medita solo stando seduti, si può meditare anche camminando e guardandosi intorno». Ecco, credo che ci sia anche questo nel cammino. Soprattutto quando si è soli.

Gente di montagna racconta di 35 incontri con persone straordinarie. Ma non c’è lo spopolamento nelle Terre Alte?

Purtroppo sì, ma quelle che restano sono persone speciali. Forse proprio perché è una scelta che costa sacrificio. Non credo all’idillio di chi vuole lasciare la città e trasferirsi di punto in bianco in montagna.

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