Chi nasce e vive in Italia non diventa cittadino italiano automaticamente, ma solo dopo un percorso pieno di ostacoli che, per molti, risulta essere impossibile da superare. Il dato è tornato agli onori della cronaca dopo la proposta del Ministro Tajani di introdurre il principio di Ius Scholae anche nel nostro Paese. Stiamo parlando, a seconda delle regole che si potrebbero stabilire, di un numero che va dai 650 mila al milione di bambini e ragazzi che, con la cittadinanza, potrebbero esercitare diritti e avrebbero percorsi di integrazione meno ostici rispetto a quelli attuali
Complici forse le immagini di medaglie al collo e maglie azzurre portate con orgoglio da tante e tanti giovani con visi che raccontavano origini familiari diverse, quest’estate è tornato prepotente nel dibattito pubblico il tema della necessità di una riforma della legge italiana sulla cittadinanza. Perché quelle immagini mostravano, indiscutibilmente, che i giovani italiani, oggi, hanno la pelle di molte sfumature e di colori diversi. Non è uno scandalo, non è nemmeno una novità, è una realtà da molto tempo ormai.
Di una possibile riforma della legge sulla cittadinanza si parla ormai da anni. Nel 2015 alla Camera era stato approvato un disegno di legge che univa 25 precedenti proposte di riforme, ma poi, all’ennesima caduta del Governo, era caduto nel nulla anche questo tentativo. Stesso scenario si è ripetuto tra il 2017 e il 2022. Quest’estate ci ha riprovato il Ministro degli esteri Tajani, subito fermato dai colleghi della maggioranza, a cui è seguita la proposta di un referendum popolare per la modifica della legge attuale, ferma al 1992. La raccolta delle firme per chiedere il referendum ha superato il numero richiesto di 500 mila in sole tre settimane, mostrando un’opinione pubblica molto favorevole a un’apertura.
«Al centro del dibattito sono sempre stati i minori e lo sono anche oggi. Perché stiamo parlando, a seconda delle regole che si potrebbero stabilire, di un numero che va dai 650 mila al milione di bambini e ragazzi che, se ottenessero la cittadinanza del Paese in cui vivono, potrebbero esercitare dei diritti e avrebbero dei percorsi di integrazione meno ostici rispetto a quelli attuali, anche nel mondo della scuola – dice Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio migrazioni della Caritas Italiana –. Sicuramente ci sono problemi che non saranno risolti automaticamente con la cittadinanza, che non sarà sicuramente sufficiente per garantire un percorso di inclusione, però senza nemmeno quel riconoscimento mancano i presupposti per l’integrazione. Per noi è una questione di diritto che va ribadita».
Strada in salita
Per i ragazzi stranieri che nascono o crescono in Italia le difficoltà, rispetto ai coetanei italiani, sono molte. …




