Tra ironia e fantasia, l’intervista all’antieroe cantato da Enzo Jannacci nella canzone che dà il titolo anche al nostro giornale. Oggi Ulisse ha 86 anni e sta ancora lì. All’Idroscalo. E alle sneaker non ha mai rinunciato

Buongiorno… buongiorno… non sappiamo come chiamarti; scusa ma non abbiamo mai conosciuto il tuo nome. è un vero peccato.
I veri peccati del mondo sono altri e il mio nome non è poi così importante, va là…
Quindi?
Quindi fasem inscì: chiamatemi Ulisse.
Beh… un bel nome di fantasia…
No no, mi chiamo proprio Ulisse. Come quello che si studia a scuola, quel che andava in gir per el mund a ciapà i ratt. Un faniguttuni.
Faniguttuni…?
Faniguttuni: uno che non ha mai fatto niente; però pieno di curiosità. Se no su ’sto Ulisse mica ci scrivevano tutti quei libroni che si studiano a scuola. Chiamatemi Ulisse el Barbùn, scritto con la ù e non con la ò, perché il dialetto l’è mej scriverlo come si pronuncia, se no la gente si confonde.
Ulisse, ci sembri diventato molto saggio, con gli anni. Non più il ragazzo un po’ tenero, curioso e sprovveduto della canzone di Jannacci…
Allora gh’avevi vint’ann. A vent’anni cosa vuole che m’importava a me di sapere chi l’era l’Ulisse…
Vent’anni? Avevi vent’anni quando a Enzo Jannacci (ma forse c’era anche Dario Fo con lui) venne in mente di raccontare una storia con te protagonista?
Ventiquattro per l’esattezza, quando el sciur Jannacci ha scritto El portava i scarp del tennis. Una bella storia.
E com’è la storia vera dei scarp del tennis??
Ma, cosa volete… Me la ricordo non troppo bene… Ciò ottantasei anni ormai…
Ottantasei?
E sì: otto-sei! Si fa in fretta a fare i calcoli: la canzone del sciur Vincenzo l’è del ’64, io son nato nel ’40. Adess gh’oo la bellezza di ottantasei anni, vutantases, per servirvi. E modestamente son restaa un barbùn.
Un clochard.
No no, il clochard a l’è un barbùn de la Francia. Io invece sono proprio un vero barbùn.
Un homeless…
Ma che omelès. Mi viene in mente una frittata. Ho detto barbùn. Ci tengo.
Va bene, signor Barbùn Ulisse, racconta come è andata quella volta.
E niente… ero giovane, era da qualche anno finita la guerra e per me Milano stava diventando grande, troppo grande. Adesso mi vedete che sono a posto, ben messo…
Insomma…
Certo, ben messo! Mica fighetta come voi. Adesso sono in ordine quanto basta, cubì, come dicono i fighetta. Io sono anarchico, volete mica che mi adatto alla città della moda. Fateli voi i manichini vestiti firmati. Io l’unica firma che ho dovuto fare è quando mi hanno fatto mettere la firma tutti i giorni in questura. Volevano darmi i domiciliari ma siccome che non ci avevo il domicilio… insomma m’è tucà de andà a firmà tucc i dì al commissariato di via Poma. Tutti i giorni! Ma quella è un’altra storia.
Stavi raccontando della canzone.
Eccola, mi dimentico, se mi fate perdere il filo. Vedete, la memoria, che poi sono i ricordi, sono l’ultima cosa, con la vecchiaia, che ci rimane di bello della vita. E invece la memoria si perde proprio con la vecchiaia. I vecc se ricorden un cassu. L’è minga una cativeria? Poi dite che Dio ci vuole bene… Ma come se fa… Mi so no.
La canzone, stavi dicendo che…
Allora. Luglio 1964. Avevo dormito dove allora c’era l’ortomercato, in corso XXII Marzo. Lì, in mezzo ai cassett de fruta, che c’era un amico che mi faceva entrare alla sera di nascosto. Per intenderci, dove adesso c’è la Palazzina Liberty. Mi sono svegliato e faceva un caldo porco. …




