Giorgio Diritti «Con il silenzio porto lo spettatore dentro la storia»

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Giorgio Diritti è uno dei più raffinati registi italiani. L’abbiamo incontrato nella Chinatown milanese per parlare di Lubo, il suo ultimo film e del suo modo di fare cinema

Il cinema di Giorgio Diritti è mosso dalla ricerca di senso rispetto all’esistenza. Da qui, nei suoi film ritroviamo i grandi temi universali, dall’identità culturale al disagio psichico, dalla libertà di espressione alla memoria, dalle comunità di nativi all’infanzia. Un altro elemento fortemente identitario nei lavori del regista bolognese è il silenzio. I suoi racconti si nutrono di immagini silenziose. E lo stesso Diritti, che abbiamo incontrato nella Chinatown milanese, ci ha svelato come il cinema sia per lui un luogo di dialogo con lo spettatore. Proprio attraverso il silenzio.
«Il silenzio è l’occasione per far restare lo spettatore dentro la storia, dialogando con quest’ultima. Chi guarda fa esperienza di ciò che vede, non la subisce. La sottrazione delle parole può essere un elemento di narrazione potente, quando funziona». Chi guarda il cinema di Giorgio Diritti reca l’attesa di incontrare le domande chiave dell’esistenza umana. Accade, ad esempio, con il protagonista del suo primo lungometraggio, Il vento fa il suo giro: un uomo chiede di essere accolto con la sua diversità, in un mondo di uguali. Per tutta risposta, in quel borgo occitano di pochi abitanti, si innescano le stesse dinamiche di diffidenza e paura del diverso che sopravvivono immutate ancora oggi. Così come la paura del diverso, anche la forza della fragilità è il nucleo centrale di Volevo nascondermi, ispirato alla storia dell’artista Antonio Ligabue.
Nel suo ultimo film, Lubo, tratto da un libro, Il seminatore di Mario Cavatore, il protagonista è un nomade a cui vengono sottratti i figli per un insensato pregiudizio della società che si erge a misura e regola di tutte le cose.
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