I tempi dei predatori non sono i tempi degli uomini

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Caro Schiavi, leggo spesso la sua rubrica sul Corriere della Sera perché riesce a cogliere piccoli segnali che raccontano bene i cambiamenti delle nostre città. Ho letto del vivace dibattito che hanno suscitato alcuni lettori su un tema che mi sento di condividere con lei anche qui, su queste pagine: la progressiva scomparsa dei luoghi della cultura. In molte città italiane stanno chiudendo librerie indipendenti, cinema di quartiere, piccoli spazi culturali che per anni hanno rappresentato presìdi importanti di socialità e di diffusione delle idee. In molti paesi, anche del Nord Italia, non c’è più un’edicola aperta. Anche le biblioteche, quando non chiudono, spesso faticano a rinnovarsi o a mantenere orari e servizi adeguati. Al loro posto negozi in fotocopia, catene commerciali, attività effimere che raramente contribuiscono alla vita culturale di una comunità. Non si tratta soltanto di nostalgia per un passato che cambia. Il punto è che esistono sempre meno luoghi in cui le persone si incontrano, discutono, scoprono libri, film. Quando questi presìdi scompaiono, le città perdono qualcosa di più di una vetrina: perdono occasioni di crescita collettiva. Siamo tutti davvero consapevoli di questa perdita? Forse varrebbe la pena aprire una riflessione pubblica su come difendere e rilanciare questi luoghi, prima che spariscano del tutto dal paesaggio urbano. Un cordiale saluto

Adele Barzaghi, Milano

Cara Adele, a Milano chiude Hoepli e sparisce un altro pezzo di città. A poco a poco la sottrazione dei luoghi storici della cultura lascia vuoti che sono voragini: il centro diventa terreno di conquista per la rendita immobiliare e la conseguenza è la graduale disgregazione dell’idea di comunità. Con la resa della politica al mercato, le librerie sono le prime a cadere, è vero, si chatta di più e si legge di meno, ma non è Milano l’epicentro della crisi: la desertificazione è in provincia, nelle aree interne, dove le vecchie botteghe sono state sostituite dai box e si passeggia tra i garage che hanno preso il posto dei vecchi negozi. “Il mondo si dilata senza freno/ Bisogna farsi piccoli/ difendersi nel meno”, scrive il poeta Ferdinando Cogni. È tempo di risvegliare passioni e sentimenti e di recuperare nelle città e nei paesi quella bellezza civile che non può essere delegata a un freddo algoritmo. Da dove si comincia, è la domanda ricorrente. Da noi, dalle nicchie, dai piccoli circoli che qui e là riappaiono come isole di resistenza. Circoli di lettura, luoghi carbonari che non si arrendono all’indifferenza, al senso di impotenza di fronte alle guerre, alle violenze, alle sopraffazioni. I tempi dei predatori non sono quelli degli uomini, mi ha detto don Paolo Alliata, parroco dell’Incoronata, a Milano. Forse ce ne stiamo accorgendo…

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