Il cardinale Porras: «Venezuela, popolo ferito, ma non rassegnato»

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Il cardinale Porras racconta il Paese ferito dal terremoto e ringrazia le istituzioni che stanno manifestando vicinanza al popolo venezuelano

Il cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo parla con la voce di chi conosce a fondo la storia recente del Venezuela e le sue fragilità. A Roma, dopo aver incontrato il Santo Padre, racconta il dolore di un Paese colpito dal terremoto, ma anche la forza di una popolazione che continua a cercare vie di solidarietà e di riscatto.

Nelle sue parole c’è la gratitudine per l’aiuto che arriva dall’Italia e da molti Paesi del mondo, la denuncia di responsabilità antiche e recenti, ma soprattutto il richiamo evangelico a farsi prossimi senza distinzioni. In un momento in cui le macerie non sono soltanto materiali, la Chiesa venezuelana prova ancora una volta a stare accanto alle persone, a custodire la speranza e a sostenere chi ha perso casa, familiari, sicurezza e futuro. «Grazie a Caritas Italiana, alla Cei, a tante istituzioni cattoliche e non cattoliche che stanno manifestando vicinanza al nostro popolo».

Lei richiama spesso l’immagine evangelica del buon samaritano. Che cosa significa oggi, per il Venezuela?

Significa aiutare chi soffre senza chiedere prima chi sia, da dove venga, che cosa pensi, quale posizione politica abbia. Una persona nell’angoscia va soccorsa. Il Vangelo ci chiede di avvicinarci, prenderci cura, accompagnare. Essere samaritani oggi significa non trasformare il dolore in un terreno di divisione. Significa riconoscere che davanti alle macerie c’è un popolo intero da sostenere. Il coraggio e la speranza nascono anche da questa vocazione alla cittadinanza e, per i credenti, dalla fede. Il popolo venezuelano sta dando una grande lezione. Vuole un cambiamento vero, ma lo vuole in modo pacifico. Vuole dialogare. Certo, il dialogo è difficile quando dall’altra parte non c’è reale volontà di cercare il bene comune.

In mezzo a tanto dolore, dove possiamo rintracciare anche segni di speranza?

Le testimonianze che arrivano attraverso i media mostrano tante persone impegnate nei soccorsi. E mostrano anche una gioia profondissima quando, dopo tre, quattro, cinque giorni, si riesce ancora a liberare un bambino, una donna, un uomo vivo dalle macerie. In quelle immagini c’è qualcosa di molto forte. C’è il dolore, ma c’è anche la vita che resiste. C’è un popolo che non vuole arrendersi. C’è la solidarietà di chi scava, soccorre, consola, accompagna. Nasce dal cuore di chi, anche nel dolore, continua a credere che nessuno debba essere lasciato solo.

Che cosa desidera dire al popolo italiano e alle comunità che si stanno mobilitando?

Desidero dire grazie. Grazie al popolo italiano, a Caritas Italiana, alla Cei, alle istituzioni e a tutti coloro che stanno mostrando vicinanza al Venezuela. Ogni gesto conta, se nasce dall’amore e dalla volontà di camminare accanto a chi soffre. Abbiamo bisogno di aiuti, certamente. Ma abbiamo bisogno anche di comunione, di preghiera, di amicizia. Che Dio benedica il popolo venezuelano e benedica anche il popolo italiano, che in questo momento sta facendo sentire la sua solidarietà.

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