Il dialogo ha bisogno di parole e non di silenzi

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Eppure, la reazione di Israele non mi sembra proporzionata: o, almeno, non più. Quando continuano a morire così tanti bambini palestinesi andrebbe data la parola anche a loro. E dovremmo ascoltarla, tutti, da Tel Aviv a Mosca, da Washington a Pechino, dall’Australia alla Norvegia

Parlare di proporzioni e sproporzioni rispetto alle guerre, alle vite umane, alla politica internazionale non è e non è mai stato facile. Le questioni complesse non possono essere troppo semplificate. Ma se non ci si prova, non si va nemmeno avanti, ammesso che sia possibile. Dunque, umilmente, proviamo a ricapitolare. Hamas il 7 ottobre ha compiuto un attacco terroristico contro Israele e si è accanito sui civili, bambini in fasce comprese. Ha ancora in mano gli ostaggi. Ha violentato, stuprato e massacrato. Non è solo guerra, è un crimine razzista al di là della guerra.
Quando Israele parla di antisemitismo ha ragione. E ha ragione, almeno a mio parere, quando chiede di non usare a sproposito la parola genocidio: il genocidio è quello operato dai nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale ai danni delle popolazioni ebraiche, non possiamo chiamare genocidio il bombardamento della striscia di Gaza nella guerra contro i terroristi di Hamas.
Se sin qui ci siamo, e ci siamo senza se e senza ma, allora va aggiunto un altro aspetto della questione: se l’opinione pubblica o i governi chiedono a Israele di sospendere la guerra, la stessa richiesta va fatta ad Hamas. Ad Hamas, che continua a tenere in mano gli ostaggi e a lanciare missili e organizzare le controffensive. E che ha scavato tunnel sotterranei degni di una metropolitana e che li ha riempiti di armi, sale strategiche, sale tortura, prigioni.
Ora, se siamo arrivati sin qui nel ragionamento, dobbiamo avere il coraggio di stare – molto terra terra – ai fatti, e se guardiamo negli occhi i fatti, nel nostro animo nasce una parola: bambinicidio. Carneficina di bambini. A Gaza è in corso, anche se non è volontario, se non è mirato, se non è voluto, un bambinicidio. Non nascondiamolo. Sono i terroristi di Hamas che si nascondono tra i civili, usano scuole e ospedali, usano i bambini come scudo. E Israele sfonda lo scudo. Ma se queste sono le ragioni degli adulti, ripeto, non nascondiamoci noi – e non devono nascondere l’evidenza soprattutto i leader politici mediorientali – di fronte a un fatto incontrovertibile: di mezzo ci stanno andando i bambini, moltissimi bambini. Muoiono, spariscono, vengono feriti, operati senza anestesia e, quelli che sopravvivono e crescono, non potranno non ricordare traumi, lutti, dolore.
Se siamo arrivati a questo punto del ragionamento possiamo fare, senza se e senza ma, due domande precise? È così sbagliato parlare, come ha fatto il Vaticano, di reazione sproporzionata da parte dell’esercito di Israele? E l’ambasciata di Israele, che ha bollato quest’affermazione come “deplorevole”, ha ragione? Non tocca a noi, miseri cronisti, trovare la sintesi, ma vorremo che queste domande non venissero lasciate cadere nel vuoto dai governi, dall’Onu, da chiunque crede di avere qualcosa da dire. Quando si mettono in fila i vari pezzi del ragionamento, davvero possiamo lasciarli precipitare nel silenzio assordante in cui prosperano? Un silenzio molto vile della politica, degli intellettuali, della classe dirigente, che non danno le risposte, ma reagiscono con slogan.
Ognuno di noi avrà la sua idea. Solo a questo punto dirò la mia. Sto con Israele, credo profondamente giusta la risoluzione internazionale che dopo la Seconda guerra mondiale ha permesso la creazione dello Stato di Israele, sono convinto che – nonostante alcune scelte del Primo Ministro Netanyahu – nel Paese ci siano la democrazia, il rispetto dei diritti umani, della parità tra uomo e donna e non si possa dire lo stesso – e questo punto è per me cruciale – delle idee di Hamas. Eppure, la reazione di Israele non mi sembra proporzionata: o, almeno, non più. Quando continuano a morire così tanti bambini palestinesi andrebbe data la parola anche a loro. E dovremmo ascoltarla, tutti, da Tel Aviv a Mosca, da Washington a Pechino, dall’Australia alla Norvegia. Oppure, viceversa, qualcuno deve dirci, a chiare lettere, che oggi si ritiene proporzionato il bambinicidio, a Gaza come nel resto del mondo. E che questo è il mondo che ci aspetta.
Il dialogo ha bisogno di parole e non di silenzi. A volte un silenzio può essere più opportuno, ma quando il silenzio diventa omertà, semplicemente “non ci siamo” (e personalmente non ci stiamo). E non è un silenzio di pace, è il suo esatto contrario.

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