La paura era che dal monte Toc una frana potesse cadere nel lago creato dalla diga del Vajont provocando enormi danni. Per averlo raccontato, nel 1959 Tina Merlin fu denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”
Nel mondo si conta ormai un disastro climatico alla settimana, avverte la saggista Rebecca Solnit. E consiglia di smettere di chiamare “naturali” le catastrofi perché sono gli uomini, con opere e omissioni, a determinarle, non la natura. Severo richiamo. E inascoltato. Ma far finta di niente è una pessima strategia.
La storia, solo a volerla ascoltare, insegna. E vale la pena, allora, di ricordare una donna che, per aver avvisato con largo anticipo del pericolo di un disastro, venne trattata malignamente da Cassandra, denunciata, processata, fortunatamente assolta ma ancora a lungo insultata, e da intellettuali di gran prestigio. Il suo nome è Clementina Merlin, da tutti chiamata Tina (1926 – 1991). Nacque in un paesetto di collina, Trichiana, nella provincia di Belluno. Ultima di otto tra fratelli e sorelle, figlia di un muratore che girava l’Europa da emigrante per trovare lavoro e di una contadina, non riuscì neppure a finire la scuola elementare, tanto povera era la famiglia. Ancora bambina, le toccò andare a servizio dalle famiglie benestanti del paese e faticare poi nei campi per aiutare la madre. A dodici anni si trasferì a Milano, per «fare la serva» (così lei, nell’autobiografia) nelle case dei signori – una storia che suona così simile alla trama di Vermiglio, il film di Maura Delpero che l’Italia ha candidato all’Oscar.
Nel 1943, quando su Milano cominciarono a cadere le bombe, tornò a casa. Non aveva ancora diciott’anni quando si unì alla Resistenza: staffetta partigiana, instancabile sulla sua bicicletta, nome di battaglia Joe. In montagna, a combattere, era salito anche il maggiore dei suoi fratelli, Toni, che verrà ucciso dai soldati nazisti nell’aprile del 1945.
Quattro anni dopo, finita ormai la guerra, Tina sposava un ex partigiano, Aldo Sirena, e cominciava una collaborazione con l’Unità, il quotidiano del Pci. Iniziò scrivendo racconti, poi passò alla cronaca: per trent’anni, dal 1951 al 1982, inviò articoli e reportages da Belluno, Milano, Vicenza e Venezia. Era cronista diligente, coraggiosa. Ascoltava la gente. Sul finire degli anni Cinquanta si presentava alle assemblee degli abitanti di Erto, di Casso, in allarme per la costruzione della diga sul torrente Vajont. La paura era che dal monte Toc una frana potesse cadere nel lago creato dalla diga provocando enormi danni. Per averlo raccontato, nel 1959 Tina Merlin fu denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Un anno dopo fu assolta, mentre la Sade, Società Adriatica di Elettricità, proseguiva imperterrita i lavori.
Inascoltata, Tina continuò a scrivere e denunciare. Finché, il 9 ottobre 1963, una frana gigantesca provocò il disastro: 1918 i morti (487 bambini e adolescenti), interi paesi cancellati. Il giorno dopo Tina annotò: «Non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa». Giornalisti e scrittori del prestigio di Indro Montanelli e Dino Buzzati la accusarono di sciacallaggio: si era trattato, scrissero, di “una catastrofe naturale”.
Tina Merlin ricostruì tutta la storia in un libro, lo intitolò: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Ci vollero vent’anni perché trovasse un editore.




