Educare alla pace in tempi di guerra significa riconoscere che i percorsi di riconciliazione non possono essere rimandati a stagioni più favorevoli
Era la mattina conclusiva di una tre giorni la cui preparazione, già di per sé, non era stata semplice. A Istanbul, il network PeaceMed – promosso da Caritas Italiana per sostenere le organizzazioni della società civile del Mediterraneo allargato – stava per compiere un passo decisivo: trasformare in struttura permanente un insieme di organizzazioni che per più di un anno avevano lavorato insieme sulla pace. Grazie al contributo dell’associazione Rondine Cittadella della Pace, ci eravamo formati sul tema della trasformazione del conflitto, apprendendo metodologie pratiche per la riconciliazione comunitaria.
Scelte di metodo
Il progetto PeaceMed si caratterizza innanzitutto per le sue scelte di metodo. Come recita la Carta d’Intenti scritta collettivamente, l’integrità delle relazioni è il fondamento della collaborazione. Fiducia, ascolto reciproco, incontro autentico: le basi di un lavoro comune chiamato ad abbracciare 19 Paesi del Mediterraneo e oltre. Detto altrimenti: la pace che intendiamo promuovere all’esterno, in contesti complessi e sovente instabili, è inseparabile dal modo in cui collaboriamo tra noi.
Non eravamo arrivati a Istanbul con ingenuità. Da settimane si respirava preoccupazione: circa dieci giorni prima erano comparse notizie sullo spostamento di una portaerei statunitense verso il Medio Oriente. Il pensiero era tornato allo scorso giugno, quando una Summer School in Italia era stata annullata a causa dell’attacco israeliano all’Iran e della conseguente guerra dei dodici giorni. Nei giorni precedenti all’incontro, avevamo mantenuto contatti costanti con i colleghi palestinesi, libanesi, iraniani, e ogni partecipante aveva potuto decidere liberamente se venire. Sono venuti tutti.

Il mondo nel caos
Poi, la mattina di sabato 28 febbraio, il mondo è sembrato precipitare nel caos. Proprio mentre l’Iran e il Medio Oriente tornavano in fiamme, è risultato ancora più chiaro che il lavoro sulla pace non può aspettare. Data la crescente preoccupazione per la situazione e per le conseguenti cancellazioni dei voli, come coordinatrice avevo dato per persi i lavori della giornata.
È successo il contrario. Tutte le attività si sono svolte con partecipazione piena e intensa. Il valore del percorso compiuto era così forte da consentire, insieme, di finalizzare il lavoro. Ci si è stretti attorno a chi era più direttamente coinvolto: la collega iraniana che ancora non è riuscita a rientrare nel suo Paese, gli altri colleghi mediorientali con cui si è lavorato per trovare itinerari alternativi. Quella mattina conclusiva si è trasformata in un laboratorio di solidarietà concreta.
In quel momento è diventato evidente che i principi scritti insieme non erano rimasti parole su carta. Avere cura gli uni degli altri è un antidoto concreto a una realtà che sembra fare di tutto per farci sentire isolati. Educare alla pace in tempi di guerra significa riconoscere che i percorsi di riconciliazione non possono essere rimandati a stagioni più favorevoli. Un’alternativa alla divisione esiste. Bisogna avere la tenacia e il coraggio di continuare a sceglierla e costruirla.





