Il racconto. Il volo del sandalo

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Il secondo dei dieci migliori lavori dei lettori che hanno partecipato al nostro concorso letterario. Sono scarpe, di ogni tipo e genere, le protagoniste di questo racconto scritto da Aurelio Bonazza

 C’era una volta una verde collina spettinata dal vento di primavera, punteggiata da tutti i colori di cui i fiori erano capaci e popolata da insetti instancabili che, nascosti nel fitto dei fili d’erba, lavoravano all’eterno rinnovarsi della terra.

Molto più in basso, grigia all’orizzonte, la Città tossiva gas e polvere, come una vecchia contessa intossicata da decenni di cipria e tabacco; vista dalla cresta della collina, sembrava un altro mondo, immobile e brulicante al tempo stesso. 

Volgendo lo sguardo dal lato opposto della fumosa signora, scavalcando le bianche macchie di camomilla e l’allegro infestare giallo del tarassaco, ci si trovava in cima, al cospetto della enorme discarica cittadina. Dietro tanta vita, nascosta agli occhi dell’operosa e sterile metropoli, stava la morta città dei rifiuti.

Tonnellate di logori oggetti, accatastati per tipologia, organizzati in quartieri, strade, vicoli e piazze, attendevano l’Armageddon, tra il razzolar di ratti, lo scaricar dei camion della nettezza urbana, sotto il volo sentinella di grossi gabbiani imbronciati.

Subito dietro Corso Bottiglie di Plastica, all’angolo tra Via Rottami di Ghisa e Piazza Pneumatici Esausti, si riuniva all’imbrunire la Confraternita delle Vecchie Suole. Era questa una delle più antiche della Discarica e anche la più rispettata, poiché i suoi membri, per il tanto viaggiare, avevano conosciuto il mondo e lo sapevano raccontare come pochi.

Se ci pensate bene, quanto può essere noioso conversare con un frigorifero? È tutto un “apri chiudi”, tanto tanto buio, una fredda e fugace luce accecante, per una breve introspezione, e poi ancora buio. Più che parlarti del travaglio interiore di un motore che brontola in continuo, dell’ansia di non riuscire a tener sufficientemente bassa la temperatura all’interno e dei dolori per le guarnizioni invecchiate, che si sgretolano pezzo per pezzo, cosa mai potrà raccontarti?

Sono tristi i frigoriferi, come scostanti sono i vecchi bidet e rancorosi i rifiuti elettronici, ancora convinti di essere indispensabili, non si capacitano di non servire più a nessuno.

Le Vecchie Suole no: sono di tutta un’altra pasta. Non rimpiangono un solo millimetro consumato sull’asfalto, non una stringa strappata: hanno percorso così tante miglia e visto così tante strade, case, mari e monti, che volentieri si godono la pensione, raccontandosi l’un l’altro il buon vecchio camminare.

Lucio, il vecchio sandalo, parlava con un forte accento bolognese e ricordava della salita fino a San Luca, sulle lastre di pietra che amava, perché erano le prime che aveva calpestato, e su su sotto il porticato, non c’era vento o pioggia o canicola d’estate che lo potesse fermare. Arrivato lassù, diceva dopo una lunga pausa, si vedeva tutta Bologna, con le sue torri e i suoi timori di pianura.

Ma da San Luca, ragazzi, da San Luca la vista faceva far pace con tutto l’universo. Faceva venir voglia di volare. Ve lo immaginate un sandalo che vola? Beh: Lucio fece anche quello, ma ci arriveremo più avanti.

Scendere dal santuario era molto emozionante, ci voleva forza e perizia per frenare quel grosso piede peloso e, al contempo, mantenere aderenza col selciato. Era bello perdere quota a tutta velocità, anche perché una volta atterrati al livello della città, si parcheggiava in trattoria e, sotto il tavolo dei tortellini, Lucio ascoltava attento i racconti delle scarpe degli altri commensali.

Maria aveva un tacco a spillo, vestiva uno smalto rosso e aveva un accento greco che lo incantava: la ascoltava rapito raccontare alle amiche dei negozi che aveva visitato nel fine settimana, dei luoghi sfarzosi che aveva frequentato nell’ultimo mese e poi cantava. Che suono perfetto aveva la sua voce! Più di una volta e in diverse occasioni Lucio fu sul punto di rivolgerle la parola, non dico per farsi notare, ma almeno per dire: ehi sono qua! Non ci riuscì mai: Maria non sentì mai la voce di Lucio e Lucio non seppe mai che lei, sotto sotto, era molto incuriosita da quello strambo sandalo bolognese che la fissava esterrefatto. 

Italo era una scarpa marron, economica, ormai a fine carriera. Da vent’anni non conosceva altro che la strada da Via dei Bersaglieri al Ristorante, perché calzava il cameriere: sette minuti a passo svelto se pioveva, cinque di corsa quando in ritardo, dieci con in mezzo la sigaretta. 

Italo andava e veniva tra i tavoli imperturbabile, ma gli leggevi negli occhielli una irresistibile curiosità: si sarebbe volentieri fermato ad ascoltare l’eloquio affascinante di Maria, le barzellette sconce della polacchina scamosciata che chiamavano Carmelo o le interminabili discussioni politiche tra Aldo ed Enrico, mocassini blu di Prussia, entrambi ai piedi di un giovane seminarista, che tanti anni dopo divenne cardinale in un’altra città. Ma Italo aveva da fare e, quando il turno finiva, rientrava fugacemente in sala prima di uscire per constatare che tutti erano andati via. Tornava a casa solo, perdendosi nei vicoli di Bologna, inventando storie che sarebbe stato veramente bello poter ascoltare.

Chissà dove erano adesso tutti, si chiedeva la sera Lucio. Capiteranno qua, un giorno o l’altro? In cuor suo sperava un giorno di riveder Maria, magari non più bella, slanciata e lucente come un tempo: la sempre meravigliosa Maria. Sognava di andarle vicino e di dirle qualcosa di speciale, per farsi riconoscere, per farsi ricordare, ma quella frase erano anni che la pensava e ancora non l’aveva trovata. Un angolino codardo del suo cuore sperava di non incontrarla mai più, per non dover vivere la paura di non essere all’altezza.

– Raccontaci ancora di quando hai volato – chiese Enzo, la bianca scarpa da tennis, che a tennis non aveva mai giocato perché preferiva i pedali del pianoforte.

– Ancora? – chiedeva Lucio tutte le volte – Ma ve l’ho già raccontata!

E allora Enzo, che con la punta teneva il tempo, con voce lenta e sorridente rispondeva cose del tipo:  Ma il tipo, il coso lì, con la suola a carrarmato, mi pare che era assente, oppure a me mi sembra di ricordare che non me la ricordo tanto bene. 

E così Lucio, chiudeva gli occhi, come a sentire un fischio lontano di treno e, quando il fischio andava a spegnersi all’orizzonte, in modo sempre diverso, il racconto cominciava. Quella volta, era così:

“Era una notte ma c’era il sole. Era giugno, nel nord della Norvegia: alle tre di notte il sole era già alto. Stavo ai piedi di un matto, ma mica matto per dire: uno di quelli matti per davvero. Camminava da mesi e di giorno, chissà per quale strambo riguardo, camminava scalzo per paura di consumarmi la suola. Di notte no: calzava me e il mio compare ai piedi e camminava leggero nel buio. Ci aveva presi usati da un hippie di Berlino, che a sua volta ci aveva barattati con due congas a un mercatino dell’usato di Bologna. Dopo tanto saliscendi per San Luca, c’eravamo allora abituati all’asfalto bagnato del Nord Europa e a quello rovente della Spagna d’agosto. Avevamo fatto il callo persino ad improvvisi tuffi in mare, perché al mio hippie piaceva tanto tuffarsi completamente nudo, ma con i sandali, tra le onde.

Una volta, direbbe Enzo ‘peresempio’, ho visto un delfino.

In Galizia, durante una sosta di un mese, feci amicizia con due scarpe da ballerina classica: perfette, leggere e candide. Stavano appese al ramo di un alberello, al riparo di un’alta scogliera. Una delle due conosceva la Divina Commedia a memoria, l’altra, Gisella se ben ricordo, sosteneva di aver conosciuto Carla Fracci in persona. 

Anni dopo, in Danimarca, il nostro hippie ci perse al gioco, non saprei dirvi che gioco fosse, l’unica cosa che so è che, dall’altra parte del gioco, c’era il matto.

Questi diceva di essere in cammino, e in effetti camminava eccome, e di dover raggiungere un posto lontano di cui neanche riusciva a dire il nome. Lo diceva, o provava a dirlo, tra sé e sé perché, anche quando camminava in mezzo agli altri, nessuno lo ascoltava anzi: tutti se ne tenevano lontano.

Nella notte, sulla sabbia e tra i sassi, sull’erba umida e la terra battuta, cantava una vecchia canzone d’amore in un dialetto che capiva solo lui e il tempo era tenuto dai nostri passi, un po’ walzer e anche un po’ jazz.”

– Una volta – si intromise Enzo – una volta che era estate, ho conosciuto uno zoccolo da cardiochirurgo che si chiamava Walzer.

– Cosa c’entra questo – rispose Lucio – cosa c’entra con la storia che sto raccontando, a parte il nome, che a mio avviso contiene un refuso.

– Non c’entra niente: è per questo che andava detto.

“Cammina e cammina, un po’ a terra un po’ in spalla, attraversavamo città, piene di luci pungenti e colori rumorosi, ma anche campagne brulle e sassose, alcune più brulle, altre più sassose; in fondo andava bene così: a me non importava la destinazione, ero curioso di scoprire dove ci saremmo fermati, ma in fondo a me piaceva tutto quell’alternarsi di facce, di suoni e profumi. Dal freddo Nord Europa, dopo mesi e mesi di girovagare, eravamo arrivati in Centro Italia: freddo anche quello, perché ci eravamo lasciati dietro, oltre ai chilometri anche una stagione e mezzo. 

Quando arrivammo sul retro del circo, conoscemmo Gianfranco e Milena: un dromedario e una mangiafuoco. Il fiato di Gianfranco sapeva di dattero, quello di Milena di kerosene. Come dirlo: erano una coppia affiatata, oltre che una piacevole compagnia.

Milena aveva un sogno segreto, che però raccontava a tutti: aprire una fabbrica di piastrelle e smettere di fumare. Aveva già in mente i disegni delle sue ceramiche, perfette per i sanitari, sfiziose per l’angolo cottura.

Gianfranco si beveva un Negroni con un mezzo sorriso: si vedeva lontano un miglio, anche se eravamo molto vicini, che non ci credeva neanche un po’ al sogno della sua amica. Magari con le piastrelle ce la poteva fare ma, quanto a smettere di fumare, Milena non ci sarebbe riuscita mai.

Furono loro due, parlando col mio matto, a farci capire dove eravamo diretti: all’aeroporto di MILUOCHI. A sentire Gianfranco eravamo fuori mano – dall’Umbria a MILUOCHI a piedi non ci arrivi: ti serve un aereo –

– Non importa – rispose il matto – un aereo lo trovo. Prima o poi a MILUOCHI ci arrivo.

Fu così che smise di camminare scalzo e mi trovai per giorni e giorni a contatto con chilometri e chilometri di strada, fino a quando un giorno (era un martedì) io, il mio compare e il mio matto, entrammo in un aeroporto.

A quanto pare, per salire sull’aereo ci vuole un biglietto e per avere questo biglietto occorre del denaro: il mio matto ne era sprovvisto e protestò con veemenza. Due grossi vigilantes, non apprezzando la veemenza, lo alzarono di peso e lo depositarono all’esterno.

Ora, non so voi che esperienza di matti avete, ma per un matto dentro o fuori non fa grande differenza, soprattutto quando egli pensa solo all’aereo per MILUOCHI. 

E difatti andò così: rientrammo da una porta laterale e scavalcammo innumerevoli transenne, staccionate e muri di recinzione, man a mano inseguiti da crescenti inservienti urlanti e colorati. Dopo l’ultimo recinto iniziammo a correre in pista verso un grosso aereo blu e, raggiuntolo, iniziammo ad arrampicarci su per il carrello.

Il mio matto non riuscì, almeno quella volta, ad arrivare a MILUOCHI, perché lo agguantarono e lo tirarono giù a forza dalla pancia dell’aereo. Non ci sarebbe arrivato comunque quella volta a MILUOCHI perché l’aereo era in decollo per Genova.

Morale della favola: nessuno si accorse del sandalo mancante al piede del matto (come dice il proverbio: il sandalo sta nei dettagli) e io rimasi lì, in un freddo pomeriggio d’aprile, ad aspettare che qualcosa accadesse, cosa che puntualmente si verificò.

Ero lì, primo sandalo clandestino della storia dell’aeronautica, in bilico sul baratro a guardare la pista grigia andare sempre più veloce, nell’urlo dei motori e nel folle vento dell’accelerazione. La terra si allontanava – CLUNK – carrello rientrato: buio.

Non ero né triste né spaventato: ero un semplice sandalo volante che, in quelle tenebre piene di spifferi gelati, si immaginava a viaggiare tra i pianeti, sopra laghi di rame e cascate di quarzo. Dopo un tempo indefinito e sballottamenti in ogni direzione lo sportello si riaprì nuovamente, facendomi mancare la terra sotto la suola: sotto di me, lontanissima, la costa di una landa misteriosa e sconosciuta, avente la forma della Liguria.

Mentre l’aereo, massiccio e indifferente, si allontanava sopra di me, io frullavo su ogni possibile asse cartesiano: cielo, mare, aereo, terra, cielo, Sestri Levante, mare… fossi stato provvisto di stomaco, avrei con tutta probabilità vomitato. E invece no. Dato un colpo di cinghia riacquistai stabilità e mi trovai a planare come un gabbiano di cuoio, ma senza ali.

Il suono dell’aria, ragazzi, quel suono non lo dimenticherò mai: un rombo che tutti i suoni cancella, ma ti rende invincibile. Volavo! Distinguevo i porti, le case, le strade (chissà quanti altri sandali proprio come me le stavano percorrendo), le auto. A metà tragitto uno stormo di anatre mi si è affiancato perplesso. – Conosco un dromedario di nome Gianfranco! – è l’unica cosa che sono riuscito a urlare. Mi hanno ignorato perplesse.

Punta verso il basso: accelero. Suola parallela al suolo: rallento. Che asso! Che fenomeno dell’aria!

– SPLAF! –

Atterraggio avvenuto in perfetto orario, ammaraggio su pozzanghera a essere precisi.

Così è andata, quella volta lì.”

Le Vecchie Suole erano tutte a bocca spalancata, pur non essendone dotate. Il silenzio era totale: pareva che l’intera Discarica si fosse fermata ad ascoltare Lucio e il suo racconto.

– E poi? – chiese Ernesto, una scarpa da neonato nuova di zecca – Poi cosa è successo?

Poi niente, gli aveva risposto Lucio. La vita è questa roba qua: cammini e cammini, vai dove devi andare, arrivi dove riesci, ma poi stai anche tanto tempo fermo. È proprio quando ti fermi che capisci quanto hai camminato.

– E Maria? – insisteva quello.

Lucio non lo sapeva. Non sapeva tante cose, perché un sandalo è un puntino nella Grande Discarica. Nulla più.

Quattro isolati più in là, in piazza Cofani Arrugginiti, i giornali della settimana erano appena stati scaricati in una nuvola di cellulosa e inchiostro. Proprio in cima alla piramide di cartastraccia, si era adagiata la prima pagina del MILUOCHI CRONICLE.

Una foto in bianco e nero raffigurava il matto che riceveva dal Sindaco le chiavi della città. 

Ai piedi del matto: due bellissimi stivali da cowboy nuovi di zecca.

Ai piedi del Sindaco: un sandalo e una scarpa smaltata col tacco a spillo.

La foto è in bianco e nero, ma potete scommetterci le stringhe: quella scarpa col tacco è rossa.

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