Si è lasciata morire. Forse perché il dolore della perdita del figlio, accumulato negli anni, era diventato insopportabile e le nipotine, incorniciate nelle foto alle pareti, erano ormai grandi. Le era rimasto il contatto con la nuora, che le parlava dell’unico figlio. Che le ricordava gli anni migliori della sua vita. Una vita iniziata in Bassa Sassonia, nel pieno della Seconda Guerra mondiale. E finita per qualche ragione che non conosciamo a Berlino, in una colonia di giardini in periferia
«C’è una signora, E. K., nata il 6 luglio del 1942. Si trova in un bungalow, in un giardino di lottizzazione a Neukölln, prenda nota dell’indirizzo preciso. Da due giorni non si avevano notizie. Il distretto di polizia 55 ha chiamato alle 19:10».
A parlare è Silke Meyer, della centrale di reperibilità medica notturna per gli esami post-mortem. Dall’altra parte del telefono, o meglio del vivavoce di una Skoda Octavia blu metallizzato c’è il dottor Patrick Larscheid, che stanotte è di guardia nella zona Berlino-Sud. Un territorio enorme, che abbraccia la città da ovest a est, con un diametro di oltre 40 chilometri. Accanto al dottore stanotte ci sono io.
Arriviamo alla lottizzazione che saranno le otto, c’è ancora luce. È una fresca e luminosa serata estiva. Aspettiamo che arrivi la polizia e poi entriamo nel vialetto di ghiaia bianca che divide la colonia in due parti uguali, attraversate da vicoletti paralleli, che hanno tutti nomi di piante.
Una vita come tante
Due giovani poliziotti ci precedono. Entriamo nel cortiletto della signora K. Dalla siepe spunta la testa di un vicino, il signore che ha chiamato la polizia. Avrà 75 anni, i capelli bianchi pettinati all’indietro e una voce rauca che gratta sulle corde vocali.
«Ha fatto la sua solita passeggiata serale venerdì. Poi non l’ho più vista. La conoscevo da 55 anni – ci spiega –. Era in contatto con la nuora. Il figlio è morto qualche anno fa».
Entriamo nella casetta. C’è una sola stanza, poi un cucinino e un mini-bagno. Tutto in miniatura, come in tutti i bungalow di tutte le lottizzazioni del mondo. La signora K. è seduta su un divano marrone, il corpo riverso in avanti e la testa che schiaccia uno smartphone, sul tavolino davanti alla televisione. Accanto alla testa il telefono portatile fisso.
«Probabilmente si è sentita male, ha provato in tutti i modi a chiamare la nuora ma non ha fatto in tempo», dice uno dei poliziotti. Il dottore fa gli accertamenti di rito. Controlla in frigo per vedere se c’è l’insulina. Negli armadietti in bagno e in cucina, per vedere se ci sono dei medicinali. Niente di niente. L’analisi del cadavere rivela perdite di sangue dal petto e di acqua dalle caviglie, visibilmente ingrossate.
«Era molto malata, probabilmente aveva un tumore al seno – mi spiega il dottor Larscheid –. Evidentemente non si curava. Si è lasciata andare. Si è lasciata morire».
Vinta dal dolore
Forse perché il dolore della perdita del figlio, accumulato negli anni, era diventato insopportabile e le nipotine, incorniciate nelle foto alle pareti, erano ormai grandi. Le era rimasto il contatto con la nuora, che le parlava dell’unico figlio. Che le ricordava gli anni migliori della sua vita. Una vita iniziata in Bassa Sassonia, nel pieno della Seconda Guerra mondiale.
E finita per qualche ragione che non conosciamo a Berlino, in una colonia di giardini nella periferia sud della città. In pochi minuti, in perfetta solitudine e, speriamo, senza provare troppo dolore fisico. Il dolore emotivo era già da tempo insostenibile.




