La nostra piccola battaglia Qualcosa (di buono) accadrà

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L’immobilismo è il rischio maggiore che si corre davanti alla sottrazione di memoria e di valori in atto nella società e nel mondo, subito dopo vengono indifferenza e rassegnazione, lasciapassare per tutte le ingiustizie

Gentile Schiavi, mi riferisco all’articolo del maggio scorso, in cui rispondeva a un lettore di Milano sulla pace e sui valori – come la memoria – che dovrebbero costruirla. Dico dovrebbero, giacché le stesso rilevava i tanti e smisurati ostacoli che si frappongono: la violenza, la disuguaglianza, la prevaricazione, l’individualismo… Per poi appellarsi, in positivo, alla responsabilità di tutti,
alla necessità di impegnarsi e contribuire fattivamente in prima persona a edificare 

un mondo migliore. La mia domanda riguarda appunto la sostanza di queste nostre scelte, di questo impegno di tutti noi come scriveva il lettore: mi chiedo  cioè a che punto possa arrivare la nostra responsabilità o capacità di influire sul futuro, dal momento che non ci è rimasto alcun potere reale se non quello d’acquisto. L’uomo a parer mio procede – nelle democrazie come nelle oligarchie
e nelle dittature – per una strada in cui funge solo da massa passiva di fronte a processi decisionali che ignora sempre di più. Qual è il suo parere sulla perdita 
di potere reale di tutti noi? Del nostro pensiero, dei nostri valori, finanche dei nostri voti? Abbiamo realmente peso nelle scelte economiche e sociali che informano la vita collettiva?  Benigno Perrotta  Avellino

Caro Perrotta,

Mi sento come lei senza voce tra le voci, per citare Beckett e la straordinaria metafora di Aspettando Godot, con i due protagonisti che dicono «andiamo», ma poi restano fermi. L’immobilismo è il rischio maggiore che si corre davanti alla sottrazione di memoria e di valori in atto nella società e nel mondo, subito dopo vengono indifferenza e rassegnazione che sono il lasciapassare per tutte le ingiustizie. 

A questo punto la domanda che dobbiamo farci non è “Che cosa posso fare io?”. 

La domanda è “Che cosa non debbo fare io”. Non debbo adeguarmi, non debbo rinunciare a pensare, non debbo conformizzare il pensiero, non debbo perdere la memoria… 

C’è una sistematica delegittimazione del passato, dei suoi simboli e dei suoi valori, sostituiti da una barbarica concezione del potere: si vuole cancellare la storia per scriverne un’altra, di comodo, ad uso del più forte. Non accettare questo scivolamento verso il basso, resistere aggrappandosi allo scoglio della civiltà che ci appartiene e per la quale ci siamo impegnati, è una prima forma di difesa. Uno scoglio forse non può arginare il mare che ci viene addosso con la prepotenza delle guerre e l’arroganza dei nuovi vincenti, da Putin a Trump, ma è il punto fermo sul quale appoggiare le nostre idee di mondo giusto, i nostri ideali, le nostre speranze, l’idea di futuro per i nostri figli.

Dobbiamo presidiare lo scoglio, sapendo che non possiamo controllare o orientare eventi che non dipendono da noi, possiamo solo orientare quella parte di destino che è nelle nostre mani. Con l’esempio. 

È questa la nostra piccola e pacifica battaglia: fare quel che è giusto non perché si deve, ma perché è giusto. Qualcosa (di buono) accadrà.

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