La strada fatta insieme, la prateria da esplorare

Caritas sostiene Scarp da quando il progetto vide la luce. Ne ha favorito l’espansione da Milano ad altri territori in tutta Italia. Ci furono e rimangono valide ragioni per condividere la singolare avventura. Una in particolare…

Buon compleanno Scarp! Quantomeno, buon tricentenario. Noi siamo gli ultimi arrivati, in un certo senso. Abbiamo condiviso da direttori Caritas il lungo viaggio della rivista, della sua redazione giornalistica e dei suoi venditori solo nell’ultimissimo tratto, da non più di otto mesi. Ma non abbiamo faticato a capire i motivi in base ai quali i nostri predecessori avevano sposato con slancio la causa del giornale di strada. Una ricorrenza tonda come quella celebrata da questo numero è una buona occasione per rispolverarli, quei motivi. Con la ferma intenzione di aggiornarli. E naturalmente confermarli.

Fiducia e libertà

Fu don Virginio Colmegna a dare fiducia, nel 1996, a un manipolo di giovani giornalisti e di reduci dalla vita di strada, per avviare un progetto inedito, ma in perfetto “stile Caritas”. Dopo di lui, quella fiducia la ribadirono, in modo tangibile, investendo risorse e non limitandosi a una metaforica pacca sulla spalla, don Roberto Davanzo e Luciano Gualzetti, che da presidente di cooperativa Oltre e dunque da editore continua oggi a vigilare sull’impresa. 

In trent’anni, Caritas (Ambrosiana, ma anche Italiana) ha lasciato gli “scarpisti” liberi di esprimersi, senza mai limitarne o condizionarne la linea editoriale. E anzi preparando il terreno all’approdo del giornale in altri territori del Paese, dopo l’esordio milanese. Ma quella fiducia era ben risposta, perché quella libertà è sempre stata ben gestita.

Scarp de’ tenis, in effetti, non è mai stato solo un impasto di stili giornalistici e letterari differenti (la biografia e l’analisi, il racconto in prima persona e l’indagine sociale, la poesia e l’illustrazione). Non è mai stato soltanto un trampolino di riscatto per persone relegate dalla vita in recinti di povertà, di isolamento, di frustrazione. Non si è mai limitato a raccontare per raccontare. A denunciare per denunciare. A offrire lavoro per offrire lavoro. Ha sempre fatto tutte queste cose, e molte altre, mettendo in pratica uno dei miti fondatori (l’espressione è scherzosa, ma gli statuti, dal livello nazionale a quello diocesano, parlano chiarissimo) della famiglia e dell’esperienza Caritas: la “prevalente funzione pedagogica”.

Non delegabile ad altri

Scarp, in altre parole, è uno strumento efficacissimo per documentare la povertà (ci pensano i suoi articoli) e per affrontarla (ne beneficiano i suoi venditori). Ma è soprattutto un progetto eloquente, un dispositivo convincente per educare (cioè orientare, motivare, sospingere) i singoli lettori e le comunità, civili ed ecclesiali, ad accorgersi delle povertà che li attorniano, e a farsene carico da protagonisti. Chi legge Scarp, chi ospita una pettorina rossa, non si limita a progredire nella conoscenza dei lati oscuri del mondo e a sentirsi in pace con la propria coscienza facendo una buona azione: impara leggendo e accogliendo che il compito della giustizia, dell’inclusione, dell’apertura al dialogo, della costruzione della pace non è delegabile ad altri. È responsabilità collettiva. Di tutti e di ciascuno.

Ecco perché continuiamo a credere in Scarp. Ecco perché Caritas continuerà a sostenere Scarp. E a farsene rappresentare. Con tutta la simpatia e la convinzione di cui siamo capaci, saremo vicini a chi scrive, a chi diffonde, a chi legge questo singolare e straordinario giornale. La strada alle spalle è stata sorprendentemente lunga, intensa, creativa. Ma, davanti, resta un catalogo di povertà in continua evoluzione, da continuare a compilare con precisione. E una prateria di umanità, da continuare a esplorare insieme.

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