Lavorare al Paradiso di Kreuzberg per dimenticare l’inferno lasciato a casa

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Nel 2015, nel pieno dell’ondata di rifugiati che dal 31 agosto iniziò ad arrivare in Germania, Andreas Tölke lascia il suo lavoro di giornalista e, assieme ad alcuni amici, fonda Be an Angel. Inizia con l’accogliere temporaneamente persone nella sua casa. In tutto arriva ad ospitarne oltre 400. «Non potevo sopportare di avere stanze vuote nel mio appartamento, mentre le famiglie con bambini fuggiti dalla guerra dovevano vivere per strada»

Jafaar è fuggita dall’Iraq in Germania con suo figlio otto anni fa. Mosa è scappato dall’Afghanistan verso la Turchia quando aveva 16 anni. Ha continuato il cammino, è stato arrestato in Bulgaria, respinto quattro volte alla frontiera con la Serbia. Alla fine ha coronato il suo sogno: varcare il confine tedesco.
Ora lavorano entrambi al Kreuzberger Himmel (Paradiso di Kreuzberg), un ristorante che offre specialità siriane ed irachene nel quartiere più multiculturale di Berlino. Tutti e dodici i dipendenti hanno una caratteristica in comune: sono fuggiti dai loro Paesi. Dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq.
«Il nostro obiettivo era creare un luogo dove si potesse mangiare e incontrare persone», ha spiegato al settimanale Der Spiegel Andreas Tölke, 63 anni, fondatore dell’organizzazione per rifugiati Be an Angel, che ha aperto il ristorante nel 2018. (Der Spiegel – Lo Specchio in italiano, è la rivista settimanale tedesca con la maggior tiratura. Pubblicata ad Amburgo ha una media di un milione di copie alla settimana, ndr).
«Quando nel 2015 un numero crescente di rifugiati è arrivato in Germania, tutti parlavano di loro, – spiega Tölke – ma quasi nessuno ne conosceva di persona e, a loro volta, i rifugiati non avevano nessun contatto con i tedeschi, ad eccezione dei funzionari degli uffici pubblici».


Come una famiglia
Jafaar ha 44 anni ed è capo cuoca. Ha imparato a cucinare dal padre, che era uno chef in Iraq. «Siamo come una famiglia – spiega –. Tutti quelli che lavorano qui sono miei fratelli e sorelle, anche Andreas, il capo».
Nel 2015, nel pieno dell’ondata di rifugiati che dal 31 agosto iniziò ad arrivare in Germania, Andreas Tölke lascia il suo lavoro di giornalista e, assieme ad alcuni amici, fonda Be an Angel. Inizia con l’accogliere temporaneamente persone nella sua casa. In tutto arriva ad ospitarne oltre 400. «Non potevo sopportare di avere stanze vuote nel mio appartamento, mentre le famiglie con bambini fuggiti dalla guerra dovevano vivere per strada», racconta a Der Spiegel. La voglia di aiutare è anche legata alla sua storia familiare ebraica, segnata dalla Shoah. La nonna uccisa ad Auschwitz, il nonno che non ha mai conosciuto. Lui stesso è cresciuto da solo con la madre.
«Voglio che i bambini possano crescere con tutta la famiglia. Per me purtroppo non è stato possibile». Per molti il ristorante è stato anche il trampolino di lancio per una nuova vita in un Paese sconosciuto. «Finora siamo riusciti a formare 25 persone in questo modo», spiega Tölke.


Insieme per la pace
Da ottobre dell’anno scorso la guerra in Israele e a Gaza è oggetto di discussione in cucina e tra i tavoli. «Ho chiesto apertamente al mio staff cosa ne pensasse», ha raccontato Tölke alla tv pubblica Zdf.
«Mi hanno risposto all’unisono: siamo fuggiti dal terrore islamista, siamo tra i primi a comprendere che un’organizzazione terroristica debba essere combattuta. Questo però non significa che la popolazione civile palestinese debba essere vittima di questa battaglia. Non facciamo distinzione tra le nazionalità delle vittime. Le vittime sono vittime».
«E la guerra è guerra», aggiunge il cameriere Mosa. «L’unica cosa che vogliamo è la pace».

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