Le battaglie di Gabriella Stramaccioni per i diritti dei detenuti

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Al carcere, Gabriella Stramaccioni si dedica da anni. Delle sue due lauree – in lettere e in scienza dell’educazione – una la concluse scrivendo una tesi su “il carcere come regolatore della società”

Per 24 mesi ha ascoltato – prima con incredulità, poi con sconcerto, infine con indignazione – le denunce dei detenuti del carcere romano di Rebibbia. Le parlavano di latte allungato con l’acqua, di fondi di caffè utilizzati più volte, di frutta e verdura marce, di scatole di provviste scadute. Poi ha scritto un dossier di 170 pagine e l’ha consegnato alla procura della Repubblica. Nell’incontro con i magistrati, ha portato con sé una confezione di salsicce, acquistate a caro prezzo, come sopravvitto, da un detenuto: per il 90 per cento erano composte di grasso, tinto con un colorante rosa per somigliare alla carne.
Romana, 62 anni, Gabriella Stramaccioni è stata per sei anni la garante dei diritti delle persone private della libertà nella capitale. L’aveva nominata, nel giugno 2017, la giunta della sindaca Cinquestelle Virginia Raggi, scegliendola tra ventotto candidati. Se da un anno la magistratura romana indaga sul vitto servito nelle carceri, il merito è suo. E si deve a lei se lo sconcertante prezzo d’appalto (2,39 € per fornire colazione, pranzo, cena a ogni detenuto) è stato aumentato a 3,90 €.
Al carcere, Gabriella Stramaccioni si dedica da anni. Delle sue due lauree – in lettere e in scienza dell’educazione – una la concluse scrivendo una tesi su “il carcere come regolatore della società”.
Atleta con una lunga storia di competizioni e di vittorie, maratoneta che ha cinto la fascia azzurra nelle Universiadi di Zagabria, prima donna alla guida di una federazione sportiva, ha anche organizzato la prima corsa in un carcere: nel 1994, a Rebibbia. Racconta: «Lavoravo per l’Uisp (Unione italiana sport per tutti), che ogni anno teneva una gara, il Vivicittà. Mi scrisse da Rebibbia un ragazzo che anni prima correva con me sui campi dell’Acqua Acetosa: entrato nelle Brigate rosse, per qualche anno era fuggito all’estero e nel 1983 si era costituito. Non aveva mai smesso di allenarsi, mi disse, neppure in cella, e mi chiese di organizzare Vivicittà a Rebibbia. Questo è matto, pensai. Ma andai a parlare col direttore del penitenziario, che a sorpresa accettò. Così lo sport fece ingresso ufficialmente nelle carceri italiane».
Ma «il carcere vero», Gabriella l’ha incontrato («respirato», dice) da garante: «Per sei anni non c’è stato giorno che non entrassi nell’una o nell’altra struttura, compresi il minorile e il Cpr, il Centro di permanenza per i rimpatri. Ho ascoltato centinaia di detenuti, raccolto centinaia di reclami. I più diffusi? La salute. E subito dopo, il vitto».
Quando la notizia dell’inchiesta aperta dopo le denunce di Stramaccioni è diventata pubblica, una mattina lei è entrata in carcere e i detenuti l’hanno salutata con un applauso. «Dottore’ – le ha urlato qualcuno – oggi, per la prima volta, abbiamo bevuto un latte che sapeva di latte».
Il 13 gennaio scorso, alle sette del mattino, quaranta agenti della Guardia di Finanza hanno bussato al portone principale di Rebibbia e sono andati dritti nelle cucine. Due mesi dopo, a marzo, il mandato di Gabriella è scaduto; il Comune di Roma non glielo ha rinnovato. Lei si è subito lanciata in una nuova avventura: entrata nel direttivo della Fondazione Perugia-Assisi sta organizzando un percorso della pace, mille chilometri di corsa, da Comiso ad Assisi, «contro l’assuefazione alla guerra».

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