Le Canzoni a manovella di Vinicio Capossela tornano alla Casa di Riposo Giuseppe Verdi di Milano

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I pianoforti abbandonati in un magazzino di Lubecca, i fuochi d’artificio di Céline, la bicicletta di Alfred Jarry, le rose e gli usignoli, i tram che non dormono mai, l’epopea del treno, i pagliacci, i marinai in bottiglia, le sigarette Karelias and sons, i Balcani, il camposanto, la pioggia e la luna e il Novecento che non tornerà più: c’è tutto ciò oltre il tocco magico di Vinicio Capossela in Canzoni a manovella, l’album che il cantautore ha pubblicato venticinque anni fa e che nei ha scelto di festeggiare nelle scorse settimane con una visita guidata, nelle storie e nelle canzoni, del suo iconico disco alla Casa di riposo per musicisti – Fondazione Giuseppe Verdi a Milano.

Era il 6 ottobre del 2000 e l’istrionico pluristrumentista in tuta da sommozzatore, nell’acquario di questo disco fuori tempo oggi come un quarto di secolo fa, presentò al pubblico un’opera destinata a restare nel tempo, ad accompagnare la nostalgia degli amori grazie a Con una rosa o le morti con Marcia del camposanto o ancora il clima del Nord Europa con I pianoforti di Lubecca.

E chissà se qualcuno di quegli anziani si sarà ricordato di quel giovane 35enne che con Il ballo di San Vito aveva già conquistato i palati fini e di lì a poco sarebbe stato capace di portare in Italia il rebetiko (genere musicale greco, ndr), di far ballare migliaia di persone con una canzone dedicata alla Resurrezione di Cristo e di parlare meglio di ogni altro di violenza sulle donne o di carcere in Tredici canzoni urgenti. Canzoni a manovella è stato il quinto disco di inediti dell’artista e uno dei più intensi e amati della sua lunga e prolifica carriera. Un lavoro ricco e sorprendente, popolato di arie e filastrocche, di marce, marcette e rebetici, di ninna nanne, di canti di mariachi tzigani, di molteplici storie ricche di rimandi letterari ma altrettanto ancorate nella Storia, suonate con una varietà straordinaria di strumenti. «Scritto, concepito e registrato come disco del secolo» ha detto Capossela. E dentro c’è un po’ tutto il secolo appena concluso: aerostati, prototipi, pionieri dell’aviazione, futuristi e rumoristi, rulli di Edison e rulli chiodati per pianole meccaniche, patafisici, palombari, guerre e cannoni. A svelare qualche segreto del dietro le quinte di Canzoni a manovella ci ha pensato Tommaso Vittorini che curò gli arrangiamenti dell’album: «Con una rosa doveva richiamare un’atmosfera alla Claudio Villa in un giorno di domenica mentre per suonare Decervellamento abbiamo adoperato dei tubi di ferro abbandonati in sala registrazione». Dall’altro canto per Vinicio «ascoltare la musica su Spotify ci priva dell’immaginario, perché ogni opera ha una casa, un vestito, una materia che lì non vedi». Un pomeriggio raro, senz’altro sorprendente se non altro perchè è difficile immaginare Capossela suonare in pubblico all’ora del tè tra infermieri e assistenti ospedalieri con un’immagine di Giuseppe Verdi a fargli compagnia dietro le spalle. Una “liturgia” che ha celebrato un secolo che è appartenuto agli ospiti della casa di riposo e alla generazione di Capossela che è stata l’ultima (o quasi) a crescere in compagnia di uomini come Sandro Pertini o Aldo Moro; di canzoni come Il cielo in una stanza; preti come don Andrea Gallo e don Oreste Benzi.

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