L’estate torrida per i senza dimora e il ricordo di Antonio

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Nelle città chiuse per ferie i pericoli per gli ultimi della fila sono sempre in agguato e rendono l’estate una stagione molto pericolosa. Non va trascurata la solitudine. Anche volontari e operatori vanno in ferie per diverse settimane

Se vi state interrogando sull’estate che ci attende, prima date un’occhiata a chi dorme per strada. Certo, d’inverno le morti per il freddo dei clochard sono molte e fanno persino notizia. Se poi ci aggiungiamo i tragici incidenti dovuti ai tentativi di scaldarsi non ci sono paragoni. Ma questo non significa che d’estate le cose vadano meglio, anzi. Il caldo sempre più da bollino rosso fuoco può devastare l’organismo come le temperature rigide. Le bolle di calore, spietate con gli anziani che hanno una casa, a maggior ragione non hanno pietà di chi un tetto se lo sogna e la casa la porta in giro in un trolley.
Sono infatti 102 le persone decedute la scorsa estate in Italia secondo la Fio.PSD e poiché i senza dimora più anziani e malmessi non possono fare grandi spostamenti, le città arroventate rischiano di trasformarsi in trappole mortali. In più, a differenza della stagione fredda, l’estate porta con sé la chiusura per ferie di molti servizi che si prendono cura del popolo invisibile. E se per il cibo ci si arrangia, bene o male, la difficoltà insormontabile resta la scarsa disponibilità di servizi sanitari psichiatrici e di assistenza sociale. Nelle città chiuse per ferie, insomma, i pericoli per gli ultimi della fila sono sempre in agguato e rendono l’estate una stagione molto pericolosa. Non va trascurata la solitudine. Anche volontari e operatori vanno in ferie per diverse settimane. Rispetto agli anni scorsi qualche passo avanti è stato compiuto, ma una migliore organizzazione non è sufficiente a coprire il bisogno. Non è solo questione di aiuti materiali. Gli immortali versi di Azzurro sulla mancanza persino di preti per chiacchierare ad agosto valgono a maggior ragione per chi ha perduto tutto. Non voltiamo la faccia nemmeno a luglio e ad agosto perché ogni giorno della stagione estiva può essere fatale per i più fragili.
Ora vorrei ricordare un amico mancato a giugno e con il quale Scarp è nato, cresciuto e ha camminato. Si chiamava Antonio Mininni e agli inizi eroici di questo mensile di strada ormai 28 anni fa, si presentò in redazione con il grande, indimenticabile Ermanno Azzali che lo aveva accolto alla Cena dell’amicizia.
Solo ora che non c’è più mi rendo conto che, benché ci conoscessimo e ci stimassimo, non ho mai conosciuto la vera storia di Antonio, per quale ragione fosse finito sulla strada. Con lui ho parlato a lungo della vita di strada, del giornale, dei suoi problemi, delle storie dei venditori che ha organizzato fino al momento della pensione. Ma di sé non amava parlare, faceva al massimo riferimento a una vita precedente, a una famiglia che aveva lasciato. Ha dato il suo contributo importante parlando dei problemi degli altri, ma non ha mai voluto raccontare di sé, era una persona di quelle che si definiscono insospettabili e che invece nella povertà estrema ci sono finite. Antonio doveva molto a Scarp, con il quale ha ritrovato un lavoro, la fiducia, una casa, centrando l’obiettivo di andare a vivere in affitto in un alloggio popolare. Ha recuperato dignità e rispetto e possiamo dire che la sua era una storia positiva almeno nel finale.
La sua gioia più grande fu l’incontro con Papa Francesco nel 2017, quando insieme a Stefano Lampertico andò a intervistarlo. La foto che ritrae quel momento, con Antonio inappuntabile mentre racconta a Francesco cos’è un giornale di strada e chi sono i venditori, non è solo il simbolo della sua seconda vita, è il simbolo di Scarp. È il riconoscimento del lavoro straordinario di questo giornale, che offre una seconda possibilità a tutti senza fare troppe domande. Antonio aveva ricominciato con il nostro giornale e come lui tante altre persone che si sono sentite incoraggiate anche dal suo percorso. E noi ricorderemo sempre un amico che è caduto, si è rialzato e ha camminato fino ad arrivare a stringere la mano al Papa.

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