Torna l’Anno Santo, e rischia di sembrare un disco rotto. Debito estero, carcere, pena di morte: il Papa torna a chiedere gesti di conversione, di clemenza, di umanità. Ma siamo lontani da promesse e obiettivi più volte affrontati. Miliardi di esseri umani attendono il riscatto da prassi di esclusione: la speranza non è mai realizzata, per questo va sempre perseguita
Dove ci eravamo lasciati? A promesse solenni, anche a qualche intervento incisivo. Ma non decisivo. Perché la storia degli umani è così, una tela di Penelope. Mica una retta ascendente, per forza puntata al progresso. Ci sono stagnazioni, cadute, retromarce, regressioni. Dettate dalla trascuratezza, dall’insensibilità, dal tornaconto, dalla ricerca di consenso, dalla cattiveria. D’altronde si sa, i figli delle tenebre – che siamo tutti, alla fin fine, anche se con diversi gradi di soggezione all’oscurità – sono più scaltri dei figli della luce. Si divertono a strappare il tessuto che si dava per confezionato.
E allora bisogna tornare costantemente da capo. Con pazienza incrollabile, riannodare i fili della coscienza e della consapevolezza. C’è un tempo per intrecciare, uno per disfare. E di nuovo un altro, per suggerire che una società più umana è possibile.
Per fortuna, insomma, che ogni quarto di secolo (al netto di quelli straordinari) arriva il tempo dei Giubilei. Per quello del 2025, e sembra quasi un’imprudenza, in un’epoca lacerata da guerre, diseguaglianze, disastri climatici, è indicato l’orizzonte della speranza. Declinato dal Papa – nella bolla di indizione dell’Anno Santo e poi in diverse occasioni, tra fine e inizio anno – in alcune azioni tangibili. Bando definitivo della pena di morte in tutti i Paesi del mondo; gesti di clemenza, ovvero indulti e amnistie, là dove le carceri opprimono e non riabilitano; remissione dei debiti dei Paesi poveri, anche in considerazione del “debito ecologico” che i Paesi ricchi hanno contratto nei loro confronti: traguardi di speranza raggiungibili, sostiene Francesco, dagli uomini di buona volontà.
Sentieri già battuti
Certo, di fede ce ne vuole davvero tanta, per tornare su sentieri già battuti in passato, e mai percorsi fino in fondo, nonostante trattati, accordi, leggi, impegni di varia natura.
Per stare agli esempi tratti dalle esortazioni papali, dopo gli sgravi ispirati dalle campagne di inizio millennio molti Paesi poveri sono tornati a dover sacrificare al pagamento degli interessi sul debito estero risorse che servirebbero a finanziare sanità, istruzione, infrastrutture. Uccidere Caino è stato dichiarato peccato sin dalle prime pagine della Bibbia, eppure si insedia, a capo della maggiore democrazia del mondo, un tizio che non avendo letto Beccaria promette di rispolverare il cappio, come strumento principe di trattamento dei criminali violenti. E nelle prigioni del nostro Paese, dopo l’alleggerimento dello scorso decennio, incoraggiato dalle pressioni dell’opinione pubblica e imposto da una sentenza europea, si è tornati ad accatastare detenuti senza aver cura della loro dignità, della loro salute e persino della loro vita (nel 2024, record di suicidi), in spregio al dettato costituzionale che impone al carcere una funzione rieducativa e in contraddizione con le stesse, tanto sbandierate esigenze di sicurezza (è noto che i tassi di recidiva crescono, al peggiorare delle condizioni di vita dei detenuti).
Ecco, appunto: dove eravamo rimasti? Piuttosto lontani, a quanto pare, da norme e prassi che riscatterebbero milioni, se non miliardi di esseri umani dai piani bassi dello sfruttamento, della miseria, della violenza, della violazione di diritti elementari. La partita della speranza non è mai vinta: ma proprio per questo, rimane sempre aperta.




