1938. Una bambina risponde al telefono e si sente dire: «Perché non muori?». 2026. Una signora ultranovantenne apre il computer. Qualcuno le ha scritto: «Perché non muori?». La bimba e la nonna, sono la stessa persona. Si chiama Liliana
C’è una bambina, siamo nel 1938, e il papà le chiede di non rispondere più al telefono. Lei obbedisce, ma è anche una tipetta vivace, e così sente lo squillo, corre e si sente dire: «Perché non muori?». C’è una signora ultranovantenne, siamo nel 2026, apre il computer e qualcuno le scrive: «Perché non muori?».
Che cos’aveva fatto quella bambina per meritare di morire? Nulla. E che cos’ha fatto questa anziana per meritare la morte? Niente.
Ma quella bambina e questa nonna sono ebree. E sono la stessa persona, si chiama Liliana Segre ed è stata nominata senatrice a vita. Non ha “fatto”, semplicemente “è”. E per questo essere ebrea, per i suoi odiatori, deve morire. L’ha raccontato lei stessa, di queste telefonate senza tempo, poche settimane fa. Lo raccontava guardando negli occhi l’abisso. Succedeva nella sala convegni che si apre poco lontano dal Binario 21, e cioè dal luogo in cui partivano i vagoni piombati delle deportazioni nazifasciste con il loro carico di vittime designate, dove si è tenuto un convegno dell’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che ideò a suo tempo l’ex prefetto di Milano e Ministro dell’interno Luciana Lamorgese.
Precisiamo adesso una circostanza: quello che segue non c’entra con l’antisemitismo e non confondiamo le acque. Ma, in piena buona fede, ci sentiamo di dire che sui cosiddetti social, sta correndo e si sta diffondendo un odio di esseri umani contro esseri umani sempre più feroce e offensivo. È un sentimento oscuro che andrebbe un po’ meglio valutato da chi ha a cuore, o dovrebbe avere a cuore, la sicurezza dei cittadini.
Non è questione di libertà di pensiero e di democrazia, è questione di anarchia dell’insulto, della violenza verbale, della minaccia di morte. Come hanno stabilito alcuni studiosi, anche dell’Università Statale di Milano, l’odio genera clic, cioè contatti, traffico, tiene gli utenti incollati allo schermo. E l’odio, che un tempo era su Internet denaro, e cioè valeva soldi e aiutava i creativi a far passare le loro idee, adesso è diventato infrastruttura. Non avendo più voglia di spiegare agli ignoranti il significato di infrastruttura, mi limito a questa informazione: l’odio, che l’odiatore ci creda o no, è ormai diventato uno dei pilastri sui quali si regge la casa dei social. Questo fatto sta bene a molti. Non a me, che conto poco, quasi niente. Anzi, io vorrei reagire, ma non so come. So però che il nazismo non nacque per caso, ma si poggiava su alcune basi politiche e sociali. Una di queste sta nel concetto di “vite degne di essere vissute”, che sin dalla seconda metà dell’Ottocento si era diffuso in Germania e che trova in un libro del 1920, firmato dallo psichiatra Alfred Hoche e dall’avvocato Karl Binding, la sua emersione. I disabili e i malati incurabili sono considerati un “peso economico insostenibile”; occupano migliaia di posti letto; quindi meglio sarebbe eliminarli. I nazisti hanno un’idea fissa: escludere dalla comunità quelli che sono un ostacolo alla “purezza della razza ariana”. E così, nel 1933, comincia la sterilizzazione dei disabili fisici e mentali. Ora, stando ai dati raccolti dagli storici, tra il 1934 e il 1945, oltre 350 mila tedeschi vengono sterilizzati. E nel frattempo su ordine di Hitler, si dà il via all’Aktion T4: da qui si parte per regalare una “morte pietosa” ai disabili ed ai malati incurabili, alle “persone indegne di vivere”. Da qui si parte per la Shoah, per i campi di sterminio, per l’orrore che ancora non riusciamo a comprendere.
«Perché non muori?», chiedeva a una bimba una voce al telefono e chiede oggi una mano su una tastiera a una donna che è arrivata a 96 anni, è scampata all’Olocausto e ricorda tutto. Lei. Forse è la politica ad essere smemorata. O, forse, peggio: a non capire che esiste un vero problema di odio come infrastruttura dei social, e che non lo si risolve guardando da un’altra parte. O fingendo che siano solo parole.




