Mariam Abu Dagga aveva la passione per il giornalismo e la fotografia

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«Prima della guerra fotografavo solo cose belle. Poi le immagini si sono trasformate in angoscia». Mariam è stata uccisa in un bombardamento israeliano sulle scale di un ospedale a Gaza, il 25 agosto scorso, con altre 19 persone

«Prima della guerra, fotografavo cose belle. Dopo, le immagini si sono trasformate in immagini di dolore e di angoscia». Non c’è modo migliore per ricordare Mariam Abu Dagga, giornalista freelance palestinese uccisa in un bombardamento israeliano sulle scale di un ospedale, a Gaza, se non citando le sue parole: la tragedia di una donna che voleva testimoniare la vita e si è trovata a documentare la morte, sfidandola ogni giorno.

Quando è stata uccisa, il 25 agosto scorso, insieme con altre 19 persone (quattro di loro, anch’essi giornalisti), Mariam aveva 33 anni. Suo padre, Riyad Mohammed Abu Dagga, cui la figlia aveva donato un rene, l’ha ricordata come una donna «coraggiosa, forte di cuore» e ha tenuto a dire che «il giornalismo era la sua passione». Aveva studiato all’Università Al-Aqsa, iscrivendosi quando era già incinta di suo figlio. Il ragazzo, Ghaith, oggi tredicenne, vive col padre negli Emirati da quasi due anni: era stata Mariam, due mesi dopo l’inizio della guerra a Gaza, a volere che padre e figlio si mettessero al sicuro, lontano da quella Striscia dove il Governo d’Israele scatenava la sua ritorsione dopo l’orrendo pogrom antiebreo di Hamas del 7 ottobre 2023.

Mariam aveva deciso di restare. «Abbiamo scelto di continuare a raccontare la verità, nonostante i rischi» ha detto al Corriere della Sera, dopo la morte dell’amica, la sua collega Salma Kaddoumi. «Mariam ha filmato la fame, le evacuazioni, i morti, la sofferenza del nostro popolo con estremo rispetto: voleva che tutti avessero un nome». Era un lavoro di documentazione prezioso, che aveva meritato alla giornalista anche un premio speciale dell’Ap, la Associated Press, una delle maggiori agenzie d’informazione al mondo, per i suoi servizi sui bambini palestinesi scheletriti dalla fame.

Due lettere d’addio

L’intera sua carriera era stata segnata dalle tragedie della sua terra. Nel 2018, documentando le manifestazioni di protesta della Grande Marcia del Ritorno, aveva filmato la morte di un ragazzo, ucciso dall’esercito israeliano mentre marciava verso il confine di Gaza. Solo dopo aver scattato, si era resa conto che quel ragazzo era suo fratello. Consapevole dei rischi, Mariam aveva scritto da tempo due lettere d’addio, che sono state aperte dopo la sua morte. La prima era rivolta ai suoi colleghi, conteneva l’invito a non piangere ai suoi funerali. La seconda era dedicata al figlio Ghaith: «Voglio che tu mi renda fiera», cominciava. E continuava così: «Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita». La lettera si chiudeva con una preghiera: «Quando crescerai, sposati e, se avrai una bambina, chiamala Mariam, come me». 

Quel fatidico 25 agosto, Ghaith ha parlato con sua madre. Aveva saputo di un bombardamento israeliano sull’ospedale Al Nasser di Khan Younis, sapeva che sua madre si trovava spesso in quella struttura, le ha telefonato, lei lo ha rassicurato. Subito dopo l’esercito ha scagliato una seconda bomba, Ghaith ha ritelefonato, sua madre non poteva più rispondere. Quel giorno, secondo i calcoli del Cpj, il Comitato per la protezione dei giornalisti, il numero di operatori dell’informazione uccisi a Gaza nei quasi due anni di guerra è salito a 192.

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