Mihaela, Alba Marina, Yvette e il diritto di salvarsi nel presente che accoglie

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Testimonianze che arricchiscono la nostra conoscenza imperfetta dell’esperienza della migrazione.
Ad accomunarle, nella gran parte dei casi, è un’energia positiva. Quella che fa dire a Laura Takacs, arrivata in Italia a tredici anni dalla Romania: «Invece di sperare in un futuro migliore, perché non costruire un presente che mi accoglie?»

Per Mihaela Suman, l’Italia è stata la terra del Grande esilio, il luogo dove ha sperimentato la sevdah, l’immedicabile nostalgia per la Bosnia, suo Paese natale. Appena arrivata in Trentino, a tredici anni, scoprì che non poteva più neppure indicare la sua lingua madre: dissolta la Jugoslavia, anche il serbo-croato «non esisteva più». Per Ndeye Mariéme Fall, invece, trasferirsi dal Senegal a Lodi, appena due anni fa, è stata una continua sorpresa: «Gli italiani sembravano sorridere tutto il tempo e davano l’impressione di non aver assolutamente preoccupazioni nella vita… Si baciavano ogni volta che si incontravano e parlavano molto velocemente e appassionatamente».
Impressioni differenti: frammenti di esperienze di donne, ragazze, bambine che dai più diversi Paesi del mondo sono approdate in Italia, sulle rotte delle migrazioni. Per diventare gli ibridi, / quelli che non fanno parte né dell’uno né del due / quelli che mischian les parolas, per citare i versi di una giovane artista colombiana, Alba Marina Ospina, anche lei arrivata in Italia dopo aver vissuto in Francia e in Spagna.
Molti racconti di questi ibridi sono stati raccolti dal progetto DiMMi (Diari multimediali migranti) in un’antologia dal titolo Il diritto di salvarsi. Storie migranti. Da sei anni il progetto bandisce un concorso, d’intesa con l’Archivio diaristico nazionale di Pieve di Santo Stefano, chiedendo a chi è venuto a vivere nel nostro Paese di raccontare la propria biografia e riservandosi di stampare in volume le testimonianze più significative. Delle 15 pubblicate dopo l’ultima edizione del concorso, la maggioranza – nove – sono firmate da donne.
Ci sono storie sorprendenti, come quella di Yvette Nadine Samnick Ntigui, venuta dal Camerun, grazie a una borsa di studio, per studiare Ingegneria elettronica, che si è vista isolare dalla sua comunità perché si era innamorata di un ragazzo bianco, ha ascoltato con dolore i rimproveri di sua nonna, che ricordandole il nonno «ucciso dai bianchi nelle lotte per l’indipendenza» la incitava a «non mischiare il nostro sangue con quello dei bianchi» e alla fine si è convinta a rompere il fidanzamento. E ci sono storie piene di luce e di allegria, come quella di Dolores Blasco Rodi, nata a Buenos Aires da una «famiglia migrante da più di un secolo», che ha studiato in Spagna (e lì «compresi che la distanza può far male e che, per quanto uno possa provarci, non riuscirà mai ad abbracciare una fotografia»), poi si è trasferita a Firenze, dove vive felice con il suo compagno e la sua bambina, ma non scarta «l’idea di tornare a saltare in un nuovo punto della mappa perché è la maniera che scelgo per abitare il mondo».
Sono testimonianze che arricchiscono la nostra conoscenza imperfetta dell’esperienza della migrazione. Ad accomunarle, nella gran parte dei casi, è un’energia positiva. Quella che fa dire a Laura Takacs, arrivata in Italia a tredici anni dalla Romania col proposito di conquistare almeno un diploma di maturità e che a lungo si è mantenuta agli studi lavorando come cameriera, oggi – a trent’anni – iscritta a Scienze Politiche all’Università di Padova: «Invece di sperare in un futuro migliore, perché non costruire un presente che mi accoglie?»

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