Nel paese dei pandori la Costituzione viene tradita

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Funzione rieducativa del carcere? Sempre meno vero, nell’Italia delle prigioni che tornano sovraffollate, in cui ci si suicida troppo di frequente e nelle quali è stata abolita la sorveglianza dinamica. D’altronde, nella società e nella politica trionfa la vulgata del “buttare la chiave”: e così ci condanniamo ad avere istituti che moltiplicano disagio e crimine

Nel paese dei pandori (finto – o realbenefico? Lo stabilirà il giudice, ma si può scommettere: nessuno finirà in gattabuia), può capitare che una persona senza dimora si becchi in primo grado una condanna a 5 (cinque) anni e rimanga per 20 (venti) mesi in cella a causa di un’estorsione da 2 (due, dicesi due) euro, realizzata in un parcheggio di Napoli.
È lo stesso Paese che non degna di attenzione la vicenda di un ventunenne che soffre di disturbi bipolari, si è consegnato alla tossicodipendenza, è finito dentro per reati di droga e contro il patrimonio, si è meritato il lavoro in esterna ma una sera è rientrato a casa con un’ora di ritardo, così ha dovuto subire la revoca della pena alternativa e ha promesso: se mi riportate in isolamento mi ammazzo. E infatti si è ammazzato. Il 5 gennaio, in una cella di Ancona, prima croce nera del 2024, dopo le almeno 68 del 2023 e le 84 del 2022. In carcere ci si suicida a ritmi che fuori solleverebbero insurrezioni, ma tanto se a frotte muoiono delinquenti (o presunti tali), che problema c’è?


Impressionante fallimento
Fa impressione leggere, sempre più ricorrente, nelle dichiarazioni di chi in Italia del tema si occupa mosso da fedeltà alla Costituzione, da spirito umanitario, da prossimità cristiana, l’espressione “fallimento del carcere”. E non è solo perché le nostre prigioni sono tornate a essere sovraffollate, luoghi di convivenza forzata, ammassata, insalubre e incivile, oltre 60 mila detenuti dove ce ne starebbero 47 mila. È anche perché il regime di conduzione è stato riformulato tra 2022 e 2023, sostanzialmente revocando, all’interno dei reparti di media e bassa sicurezza, la “sorveglianza dinamica” che dal 2013 aveva ampliato spazi e libertà di movimento per i detenuti. Ora vige una disciplina che, di fatto, limita fortemente la possibilità di tenere le celle aperte per buona parte del giorno. E incupisce e incattivisce la quotidianità di decine di migliaia di persone.
Finisce così che nelle celle anguste e sovraccariche, nei raggi dai quali meno del 5% dei carcerati riesce a “evadere” per recarsi a un lavoro esterno, negli istituti in cui l’attività dei “ristretti” garantisce servizi essenziali ma viene svolta (estorta?) in parte gratis, essendo stati ridotti i budget di copertura, finisce che quasi il 10% dei detenuti soffra di problemi psichiatrici, circa uno su tre faccia uso di antipsicotici o antidepressivi, al 42,4% siano somministrati sedativi (fonte Antigone).
È evidente insomma, a chiunque voglia vedere, che in Italia il carcere funga da attrattore e poi esasperatore di disagio (sociale, economico, psichico), oltre che da miscelatore e riproduttore di tendenze criminali (basterebbe considerare – lo si dice inutilmente da anni – l’indice di recidiva, ben più elevato in chi esce dopo anni di mera reclusione, rispetto a chi ha potuto intraprendere percorsi alternativi).
Altro che funzione rieducativa, come Costituzione vorrebbe. È che nella società, e circolarmente nella politica, trionfa la logica del buttare la chiave. E addirittura la tendenza (comprovata nel governo attuale) a moltiplicare reati e inasprire pene. Reati e pene, beninteso, tipici di chi viene dai piani bassi. A chi camuffa il pandoro, abusa del suo ufficio, tarocca il bilancio, chiede la mazzetta, qualche alternativa al carcere la si apparecchierà…

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