Un affresco dell’Etiopia e di Addis Abeba, la città che vuole essere il simbolo della nuova Africa e che vive ancora di contraddizioni. La povertà è in aumento, i poveri scacciati negli angoli più remoti delle periferie
In soli sette anni Addis Abeba è completamente cambiata. La capitale etiope, sede storica dell’Unione africana perché nessun invasore ha mai colonizzato l’Etiopia, vuole essere il simbolo della nuova Africa. È diventata una città globale, vetrina di uno sviluppo che per ora l’Etiopia non conosce, ma che per il Premier Abiy deve essere un modello.
Per le strade oggi si susseguono i palazzi, dove una volta c’erano le casupole dei quartieri popolari. Sono stati espropriati tanti terreni e distrutti molti negozietti per fare spazio ai corridors, i corridoi pedonali dove si può passeggiare e girare per chilometri o addirittura andare in bicicletta. Le strade di sera sono illuminate a giorno con lampioni alimentati anche col fotovoltaico. È una città modello dal punto di vista ecologico, insomma, e in più, per il caro carburante, l’Etiopia ha vietato l’importazione di auto a benzina, e sul territorio entrano solo veicoli ibridi o completamente elettrici. Ma la povertà non è assolutamente diminuita, anzi. Il Pil etiope galoppa, gonfiato anche dalla bolla edilizia della capitale, ma un quarto della popolazione, soprattutto nelle aree rurali, continua a vivere sotto la soglia di povertà.
I capitali della diaspora Usa
I bambini, in particolare, sono attirati dalla metropoli che ammirano in tv e fuggono di casa per cercarvi fortuna: la piaga degli street children è sempre stata evidente, e la domanda più ovvia è dove sono finiti in questa città dalle luci scintillanti.
Una volta la povertà ti assaliva appena fuori dall’aeroporto di Bole, grande hub aeroportuale del Continente, lì dove ora tutto è ben organizzato e i baby mendicanti sono spariti. Li vedevi per le strade, spesso dormivano nelle aiuole spartitraffico o ai lati delle strade, e sopravvivevano sniffando colla, sfruttati dalle gang o costretti a rapinare e prostituirsi. Tutto ciò continua, ma la miseria è stata spostata e i posti dove loro dormivano sotto gli occhi di tutti non ci sono più. E dove sono finiti gli abitanti delle casupole abbattute e i piccoli commercianti che non si potevano permettere un negozio con le vetrine e un appartamento moderno?
La risposta me l’hanno fornita diverse ong, missionari e operatori sociali italiani ed etiopi. Li hanno scacciati e nascosti negli angoli più remoti della periferia in una colossale operazione di maquillage. Pochi hanno avuto una casa come indennizzo. I bambini di strada vengono spesso rastrellati nei parcheggi dove dormono, sempre più ai margini del grande centro urbano, e fatti sparire. Questa città, che oggi ha 8 milioni di abitanti, non tollera i perdenti. Sono stati sradicati e molto spesso buttati in mezzo alla strada e fatti sparire in occasione dei grandi meeting internazionali che attirano governanti occidentali e cinesi. Li portano in campi di raccolta a 200 km da Addis Abeba, li tengono prigionieri, e finito l’evento li lasciano andare. Se vogliono tornare in città, lo devono fare a piedi.
L’Etiopia è un gigante, con 130 milioni di abitanti è il secondo Paese africano per popolazione e come molti Paesi del Sud del mondo, è lacerata da disuguaglianze e conflitti interni.
Ma il governo preferisce investire i capitali della diaspora Usa nella bolla edilizia che fa crescere il Pil, piuttosto che in programmi di sviluppo sociale. Il partito al governo che ha appena vinto le elezioni col 90% dei suffragi, si chiama Partito della prosperità e si rifà alla teologia della prosperità che negli Usa è una colonna della trumpiana chiesa evangelica. La ricchezza è segno della grazia divina. La povertà no. Meglio allora renderla invisibile con ogni mezzo. L’Italia ha buoni rapporti economici e di cooperazione con l’Etiopia, ricordiamocelo.





