Ragnatele filanti, sagome di fantasmi danzanti, zucche dall’aria spettrale. Così si presentano molte scuole a fine ottobre. Ma ve li immaginate Maria Montessori o Mario Lodi che festeggiano Halloween nelle loro classi?
Tra le tante colpe o responsabilità (scegliete voi il sostantivo) della scuola, c’è in primis quella di aver trasformato la tradizionale festa dei Santi e dei morti in un’arlecchinata che talvolta diverte più gli insegnanti che i bambini. L’ingresso, in pompa magna, di Halloween tra i banchi delle aule va di pari passo con il decadimento dell’istruzione in questo Paese.
Non c’è classe che a ottobre non inizi a preparare orrendi lavoretti in previsione del 31 ottobre: sulle finestre delle scuole dove un tempo si attaccavano le colorate foglie autunnali spuntano ragnatele filanti; sulle porte che fino a qualche decennio fa conservavano le cartoline delle vacanze inviate alla classe, si attaccano sagome di fantasmi di ogni genere e sui davanzali al posto dei vasi di fiori ci sono zucche dall’aria spettrale con un ghigno terrificante. È il tripudio dell’orrore, degli spettri.
Horror house da luna park
Non ho mai amato Dario Argento e i film horror, pur riconoscendo il loro valore nella cinematografia, ma quando entro a fine ottobre in una scuola il mio primo pensiero va al regista di Profondo rosso e all’indimenticabile colonna sonora di Goblin.
Chi insegna sa bene che i bambini assorbono non solo le parole, ma anche l’ambiente in cui crescono, il climax che respirano, l’habitat dove crescono. Qual è, allora, il messaggio che si vuol dare ai ragazzi nel trasformare i nostri edifici scolastici (spesso già simili a casa Addams) in horror house da luna park? Qualcuno, son certo, dirà che attraverso questa strategia di Halloween si studia l’inglese, si approfondiscono i riti di altri Paesi. Giustificazione banale se non fosse altro che per imparare una lingua straniera ci sono mille altri modi.
C’è chi sarà pronto a difendere Halloween perché in fondo i bambini si divertono. Altra frase stereotipata che non trova fondamenta in alcun manuale pedagogico. Ve li immaginate, infatti, Maria Montessori o Mario Lodi che festeggiano Halloween nelle loro classi? Sarebbe almeno interessante se qualcuno celebrasse questa ricorrenza parlando della sua intrigante storia lungo i secoli. Ancor più utile sarebbe l’occasione per spiegare ai bambini le divisioni all’interno della Chiesa e scoprire se altre religioni hanno feste simili. La celebrazione didattica del soprannaturale ha invece contribuito a demolire l’identità cristiana (ndr, chi scrive crede di essere ateo) che nella nostra cultura, in questo periodo, ricorda le figure dei santi e dei morti e sono legate al cibo. Basti pensare che in Sicilia la festa equivale a Santa Lucia, in Pianura Padana a Babbo Natale perché sulle tavole dei bambini arrivano i doni portati dai parenti che sono scomparsi.
Un tema tabù
L’impressione, oggi, per dirla con chiarezza, è quella che la scuola – seguendo la filosofia di molti genitori – abbia voluto nascondere agli occhi dei bambini un tema che resta tabù: la morte. Spesso mamme e papà non vogliono che si parli di guerra, di dolore, di sofferenza. Il mantra è “i bambini devono fare i bambini, non devono sapere” come se fossero marionette nelle loro mani. È un atteggiamento, quest’ultimo, pericoloso. Forse varrebbe la pena che al posto di sbeffeggiare la morte con una festa che riduce il valore della fine, dell’alfa e dell’omega a una bischerata, si imparasse a insegnare anche questo mistero della vita con il quale anche i più piccoli hanno obbligatoriamente a che fare quando muore il loro cagnolino, il loro gattino o il nonno.
Un consiglio di lettura: Dove andiamo quando moriamo? di Samy Ramos, edizioni Corraini.




