Reportage dal quartiere di Palermo, conosciuto come luogo di disagio, spaccio e povertà. Un viaggio con una testimone d’eccezione: Antonella Di Bartolo, che ha scelto di fare la Preside qui dedicando la propria vita alle anime che vivono in queste strade
«Io qui sono rinata». Antonella Di Bartolo non è una preside di periferia. Lei lì non ci è nata. Al quartiere Sperone, che al resto d’Italia non fa venire i brividi come quando pronunci Zen o Scampia ma che a Palermo è conosciuto come un luogo di disagio, di spaccio, di povertà, di abuso edilizio, bisogna andarci. Non si capita in questo posto. Si sceglie. Antonella, ex insegnante d’inglese, nata nel 1969 in un’altra parte della città, ha deciso che dal primo settembre del 2013 avrebbe abitato quel luogo fatto di palazzoni che somigliano a grattacieli popolari che sovrastano la scuola.

L’istituto comprensivo statale Sperone-Pertini, nato nel 2012, dal dimensionamento del circolo didattico Sperone e dalla scuola media Sandro Pertini, nel quartiere Settecannoli, è un quadratino se visto dall’alto, un angolo della mappa di un territorio con oltre cinquantamila abitanti che si affaccia sul mare.
Il sito della scuola lo descrive così: “Il quartiere deve il suo nome ad una fontana, collocata vicino ad un’osteria, che versava acqua da sette sifoni. Sulla fontana era dipinto Orfeo. La contrada si chiamò quindi Settecannoli o Musica di Orfeo. Tutto il litorale che va da Sant’Erasmo a Settecannoli e più in là, una volta era luogo di bellezza e salubrità senza pari nel circondario palermitano. Dopo l’ultimo conflitto bellico, la situazione urbanistica della zona è radicalmente cambiata: l’inurbamento rapido ha portato all’inquinamento dell’ultimo tratto del fiume Oreto e dell’antistante specchio d’acqua, vanto della Palermo anteguerra”.
È un puzzle. Una via s’incastra con l’altra fino a formare un dedalo da cui da ogni angolo si intravede l’azzurro del mare. Se, per sbaglio, ci passi potresti non accorgerti di nulla. Potresti sfiorarlo osservandolo dal finestrino dell’auto senza entrare nella sua storia.
Se ad accompagnarti è questa donna che ha scelto di fare la preside dedicando la vita alle anime che vivono in queste strade, non puoi restare indifferente.
Allo Sperone c’è tanta gente che prova, a fatica, a campare onestamente, perché non c’è lavoro, perché i padri e le madri di questi ragazzi che siedono tra i banchi dell’istituto guidato da Antonella, a scuola ci sono stati poco; perché spesso qualche ragazzina diventa mamma troppo presto; perché da quelle parti è difficile avere dall’amministrazione comunale anche un campetto da calcio.
Altri, lì hanno scelto di macchiare il quartiere. Basta aprire le pagine del Giornale di Sicilia per leggere di furti di rame, di spaccio di cocaina e hashish, di banconote false, di arresti.
L’unico miracolo, da qualche anno, l’hanno fatto la scuola e l’arte. Quando arrivi allo Sperone con la preside Antonella sembra di vedere declinate nella realtà le parole di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La professoressa d’inglese ha capito subito che l’unica strada per sopravvivere e far rivivere sarebbe stata una sola: accogliere. Aprire le braccia a quei bambini che a scuola avevano poca voglia di metterci piede; spalancare le aule, l’ufficio della dirigente, la biblioteca. Far partecipare le famiglie, le madri di quei suoi alunni alla vita della scuola. «Questa è la nostra piazza. Qui ci incontriamo, facciamo teatro, stiamo insieme» spiega Di Bartolo indicandoci una sorta di agorà all’ingresso dell’istituto. Lì, la preside, ha ricavato anche una biblioteca: nulla di polveroso, di chiuso. Gli scaffali sono ad uso e consumo. Basta vederla per comprendere che è adoperata, che quei testi sono patrimonio comune. Nell’ufficio della dirigente c’è il lenzuolo con il volto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e la frase: “Non li hanno ammazzati. Le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Al primo piano, la preside, ci mostra con orgoglio la sala colloqui, nulla di asettico, niente che abbia a che fare con le sale professori di un tempo dove il genitore stava in piedi davanti al docente: ci sono divanetti, comodo poltrone, lampade. Fuori dalla scuola c’è il volto della bellezza.

Chi arriva allo Sperone è accolto dal murales alto diciotto metri di un bambino con il volto di sfida, le braccia che chiedono ascolto e, dietro, la sua ombra in croce. Il palazzo scelto è uno stabile di proprietà dell’Iacp, l’Istituto autonomo case popolari. Un altro di questi murales è un grande gabbiano, augurio di poter sognare di volare e imparare ad essere liberi. Le ali dell’uccello richiamano il volo dei gabbiani veri che, nel corso della giornata, arrivano dal mare che lambisce parte del quartiere e si addentrano tra le case popolari. E poi c’è quello dedicato a Franco e Ciccio, quello con il volto di un’alunna della scuola che ti penetra l’anima. L’ultimo in ordine di tempo è stato inaugurato a ottobre: Le Rosalie ribelli, dell’artista Giulio Rosk. Per l’occasione Di Bartolo ha portato nel quartiere il carro trionfale del festino di Santa Rosalia, dopo il trasloco da Villa Giulia dove era abbandonato da diciassette anni. Una festa che ha coinvolto le mamme dello Sperone e più di quattrocento bambini che hanno sfilato in corteo con acconciature realizzate dalle studentesse e dagli studenti dei corsi di secondo, terzo e quarto anno del Cirpe, un’agenzia educativa che da anni opera nel quartiere con dei corsi professionali. Definiscono Antonella Di Bartolo come coraggiosa, ma la sua vera audacia non è fare il suo mestiere in un territorio a rischio, bensì aver scelto di portare cultura là dove prima c’era il nulla: una ribellione permanente, coinvolgente, sana.

Domani c’è scuola
Una storia collettiva, una voce che narra altre voci
Domani c’è scuola, edizioni Mondadori, è il libro di Antonella Di Bartolo. Uscito lo scorso aprile, è subito diventato un’occasione per far conoscere la scuola dello Sperone a tutt’Italia. Pagine che raccontano l’esperienza personale della preside ma che filtrano la vita di tante persone che con lei stanno provando a cambiare il volto di quella zona di Palermo. “Nemmeno io ci sono arrivata per caso. Mi ci ha condotto la mia storia, il fatto di essere stata ventenne a Palermo in quel 1992 devastato dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio. E anche il 15 settembre 1993, giorno del martirio di padre. Puglisi a Brancaccio” scrive la professoressa a proposito della sua decisione di lavorare allo Sperone. Domani c’è scuola è una storia collettiva, una voce che narra altre voci: “Una mattina, pochi giorni dopo, vennero a trovarmi due giovanissime mamme: avevano i bigliettini in mano, quelli lasciati nelle cassette della posta. «È vera questa cosa? Della scuola materna?», «Sarà vera se la realizzeremo insieme. Mi aiutate?». Non so come, ma quelle donne misero in moto qualcosa di magico: iniziò un viavai continuo di mamme e papà che venivano a chiedere informazioni. Il panettiere tornò due settimane dopo, con venti moduli compilati. Raniero, il nipotino, fu il primo iscritto alla scuola materna promessa”. E a essere fieri di questo libro sono soprattutto gli allievi e i loro genitori che oggi sanno che c’è qualcuno che sta dalla loro parte, che vive le loro stesse preoccupazioni e prova a sperare.




