Da trent’anni, il festival di teatro organizzato nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, trasforma quello che è stato un luogo di sofferenza e solitudine in un gioioso spazio di allegria e condivisione aperto alla città
C’era una volta un manicomio. Un luogo chiuso da cancelli e mura, abitato da persone che la città preferiva non vedere. Oggi, in quello stesso luogo, si va a teatro, si mangia al ristorante, si dorme in ostello, si lavora, si studia, si incontrano artisti e persone. È la storia di Olinda e del festival Da vicino nessuno è normale, che ormai hanno trent’anni. Una storia che arriva da Milano e che racconta che cosa può nascere quando la cura smette di essere solo farmaci e diventa relazione.
Olinda nasce nel 1996 nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Il nome scelto dai fondatori è tratto da Le città invisibili di Italo Calvino: Olinda è la città che cresce dall’interno, che si espande generando nuove forme di vita senza creare periferie. Metafora perfetta per un progetto che vuole coltivare opportunità, cultura e lavoro. Anche il nome del festival è una dichiarazione di intenti. Da vicino nessuno è normale è un verso di Vaca Profana, canzone del brasiliano Caetano Veloso in cui una prostituta di Bahia parla così dei suoi clienti. Perché ogni presunta normalità si incrina e mostra tutta la complessità umana.
Tutto ha origine quando Thomas Emmenegger arriva al Paolo Pini. Lo psichiatra svizzero di Lucerna, seguace di Franco Basaglia, è chiamato per realizzare la legge che prende il nome del medico.

«Quando abbiamo iniziato – ricorda oggi seduto al tavolo, nel giardino davanti a quello che un tempo era l’obitorio dell’ospedale – il Pini era ancora un manicomio con 500 internati. Era un luogo in cui prevalevano la ripetizione e la cronicità: molti farmaci, poche relazioni, giornate tutte uguali. Un sistema che costringeva le persone a ricominciare ogni giorno da capo, senza possibilità di costruire percorsi di autonomia».
Olinda nasce per scardinare quel modello. Non solo chiudere il manicomio, quindi, ma trasformarlo in un luogo aperto. Un luogo di vera cura delle persone. Così, «l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini da roccaforte inavvicinabile è diventato un’isola aperta e quieta – continua Emmenegger –. E oggi, 30 anni dopo, il Pini è un luogo di cura e un luogo produttivo, non giudicante, ricco di relazioni e opportunità per esplorare e imparare». La parola paziente, del resto, qui è proibita: è stata sostituita da parole come persone, utenti, lavoratori, cittadini. Non una sfumatura linguistica, ma un cambio di prospettiva. Perché la cura non coincide più con il trattamento sanitario, ma con la possibilità di avere relazioni, lavoro, responsabilità e desideri.
Maria è tornata a vivere
Come racconta la storia di Maria (nome di fantasia), che non voleva nemmeno uscire dalla sua stanza. …




