Per i migranti arriva il potenziamento di lingua italiana

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Il Ministro Valditara, a giugno, ha annunciato che «nelle classi con un numero di studenti stranieri neoarrivati in Italia e con deficit nella lingua, pari o superiore al 20%, verrà introdotto un docente con una formazione ad hoc che affiancherà con lezioni di potenziamento il lavoro di classe»

Fa specie dire quello che sto per scrivere, ma ciò che il centro sinistra italiano non ha mai pensato (e invece avrebbe dovuto) lo organizzerà l’estrema destra. Il Ministro leghista, amico di Matteo Salvini, Giuseppe Valditara, a giugno, ha annunciato che «nelle classi con un numero di studenti stranieri neoarrivati in Italia e con deficit nella lingua, pari o superiore al 20%, verrà introdotto un docente con una formazione ad hoc che affiancherà con lezioni di potenziamento il lavoro di classe».
Non solo. A partire da settembre le scuole potranno accedere a specifici progetti Pon volti ad assicurare il potenziamento dell’apprendimento della nostra lingua per gli alunni con cittadinanza non italiana.
Uso le parole di chi ne sa persino più di me per fare un plauso a Valditara. Sono quelle di Eraldo Affinati che ha fondato Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per immigrati: «È questa – ha detto a Vita – la strada migliore per favorire l’apprendimento della nostra lingua da parte dei ragazzi neoarrivati in Italia. Già dieci anni fa, nelle indicazioni nazionali per l’inserimento degli alunni migranti, si chiedeva la formazione di docenti specializzati in grado di affiancare i consigli di classe. Speriamo che finalmente questo si possa realizzare in modo strutturale, non estemporaneo. Il che significa prevedere percorsi individuali, quindi modificare anche i criteri di valutazione. Non possiamo giudicare Abdel, di madrelingua araba, allo stesso modo di Giovanni, italofono. Allo stesso tempo dobbiamo fare in modo che entrambi raggiungano i medesimi obiettivi, ovviamente secondo percorsi diversi. Affinché ciò accada, non possiamo lasciare da soli i docenti: al contrario, dobbiamo creare delle équipe educative».
Il peggior peccato rispetto al tema dell’inclusione è stato quello di non guardare in faccia la realtà per anni. Le nostre classi nell’ultimo decennio si sono arricchite della presenza di indiani, marocchini, tunisini, cinesi, rumeni, ucraini, etc. Il mondo ci ha fatto visita.
Ma al di là di un bel progetto e accoglienza con festoni e bandierine appese in aula del colore del nuovo arrivato, non si è andati. A Kamal sono state assegnate due/tre ore con un qualsiasi docente che gli facesse imparare l’italiano. Il resto del tempo lo ha passato in aula ad assistere a lezioni di storia, geografia, scienze, senza capire nulla. I risultati sono sotto gli occhi: la dispersione scolastica tra gli alunni stranieri è del 30,1 per cento, contro il 9,8 per cento degli italiani. Certo questo dato va sviscerato perché nasconde alcune differenze. Per esempio, ha sottolineato l’Istat in un suo recente rapporto, il tasso di abbandono precoce degli studi è più alto tra gli stranieri, ma “varia molto a seconda dell’età di arrivo in Italia”. Per chi è entrato in Italia tra i 16 e i 24 anni di età la quota raggiunge il 49,6 per cento, scende al 37 per cento tra quelli di 10-15 anni e cala ulteriormente, pur rimanendo elevata (20,8 per cento), tra i ragazzi arrivati entro i primi nove anni di vita, ha spiegato l’Istituto nazionale di statistica.
Numeri che dimostrano che la scuola può e deve fare di più.
L’operazione Valditara va monitorata: verrà fatta una formazione ad hoc al docente? Quante saranno le ore di potenziamento? Per quanto tempo? è comunque un primo passo per smascherare l’ipocrisia della scuola includente e lavorare con serietà a un’integrazione che permetta davvero a questi ragazzi di avere pari diritti dei nostri figli.
Peccato, solo che il ministro insista a chiamarli stranieri e non migranti. Anche le parole hanno il loro peso.

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