Viaggio di Scarp in alcune delle periferie difficili del nostro Paese all’indomani della rabbia scoppiata in seguito alla tragica morte del giovane Ramy Elgaml. «Nel momento del disordine bisogna intervenire con la sicurezza e i controlli – dice don Massimo Mapelli, tra i responsabili della Caritas di Milano –. Ma non si può pensare di investire solo in repressione, bisogna prevenire, e per questo è necessario aumentare i presidi educativi sul territorio». Cristina Pasqualini, docente di Sociologia all’Università Cattolica: «Bisogna costruire la comunità promuovendo la socialità, creando occasioni di incontro, lavorare insieme. La rigenerazione urbana, l’abbellimento dei quartieri, devono andare di pari passo con la rigenerazione sociale: non basta mettere delle belle panchine, bisogna creare occasioni in cui le persone possano sedersi e parlare e riscoprirsi esseri umani simili»

Scampia, Librino, Caivano, Quarto Oggiaro. Ci sono quartieri di città italiane che, quando salgono alla ribalta per fatti di cronaca (di solito mai positivi), vengono facilmente etichettati come ghetti, zone malfamate, degradate, addirittura banlieue. Il Corvetto, a Milano, è solo l’ultimo in ordine di tempo che ha scatenato l’attenzione sul cosiddetto degrado delle periferie. Eppure, in Italia, gli studiosi dei fenomeni sociali sono concordi nel dire che le banlieue francesi, almeno per il momento, non c’entrano niente con noi. In alcuni casi, come il Corvetto o altri quartieri della città di Milano, non sono nemmeno periferie.
«Non solo quelle italiane non sono equiparabili alle periferie francesi, ma sono anche diverse tra Nord e Sud Italia. Certi quartieri difficili delle città del Nord hanno vissuto già decenni fa la migrazione dal Sud, e le prime sfide di una coabitazione tra modelli culturali diversi iniziava già lì – spiega Cristina Pasqualini, docente di Sociologia all’Università Cattolica –. Oggi quelle differenze sembrano meno forti solo perché sono arrivati altri e quindi le complessità aumentano».
La vita nei quartieri popolari è complicata per tanti fattori: la convivenza stretta tra persone con culture differenti, sommata alle condizioni di povertà economica, ai servizi pubblici spesso carenti o del tutto mancanti, rendono difficile l’esistenza quotidiana agli abitanti, la tolleranza diminuisce, la rabbia aumenta, pronta a esplodere.
«Le cosiddette periferie delle città oggi sono sicuramente in difficoltà ed è chiaro che nel momento del disordine bisogna intervenire con la sicurezza e i controlli – concede don Massimo Mapelli, tra i responsabili della Caritas di Milano e di diverse comunità per minori in difficoltà –. Ma non si può pensare di investire solo in repressione, bisogna prevenire, e per questo è necessario aumentare i presidi educativi sul territorio in modo capillare».
Perché i più arrabbiati, o per lo meno quelli che più lo mostrano, sono i giovani. «Incontro tutti i giorni ragazzi che hanno le stesse difficoltà, forti disagi con la famiglia …




