«Il carcere punisce ma non riabilita. Tradita la Giustizia»
Parla l’ex cappellano del carcere di San Vittore: «Le nostre leggi indicano la rieducazione come scopo della pena, ma restano inapplicate. Spesso il carcere diventa luogo di soprusi che portano i detenuti più fragili a episodi di violenza contro altri o contro se stessi»
Ci sono storie e denunce, in questo libro. Anche se Roberto Mozzi, che a San Vittore ha fatto il cappellano per dieci anni, dice che le storie di Mohammed, Maria, Abdelaziz servono soprattutto a fare informazione, a spiegare come funziona davvero il sistema carcerario, che poi, spesso è l’esatto contrario di come dovrebbe essere.
Lo racconta perché l’informazione è uno degli elementi che mancano quando si tratta di carcere: manca dentro e manca fuori, perché chi passa sul marciapiede di via degli Olivetani, a pochi metri dalla redazione di Scarp, non ha idea di cosa succeda dentro quelle mura.
Dentro non ci sono “i detenuti”, ci sono persone. Persone che hanno sbagliato, certo, ma a cui i diritti umani dovrebbero essere comunque garantiti, e invece non succede. Mozzi nel suo Fuori legge, racconta quindi soprattutto un fallimento: quello dei princìpi della Costituzione, proprio laddove la giustizia dovrebbe trionfare, direbbe qualcuno.
Il libro si apre con le grida nelle “celle ad alto rischio”, dove finiscono i detenuti con gravi fragilità psichiche o a rischio suicidio. Un racconto che genera angoscia e rabbia. Com’è possibile che questo accade in un luogo dove dovrebbe vigere la legge? E cosa si dovrebbe fare per cambiare?
Il carcere è anzitutto separazione fisica, ma anche di regole e di informazioni. Decidere chi debba stare dentro spetta al giudice, ma oggi i giudici non dispongono di conoscenze adeguate sulla salute mentale di chi viene giudicato. Questo porta in carcere persone in condizioni psichiche incompatibili con la detenzione. A San Vittore, secondo uno studio del 2024 della Clinica legale dell’Università degli Studi di Milano, si stima che il 40-45% della popolazione detenuta soffra di patologie psichiatriche gravi e invalidanti. A queste persone non viene offerto un trattamento terapeutico, ma un trattamento simile a quello adottato in manicomio, modello ampiamente superato dalla legge Basaglia. Ci troviamo davanti a una doppia illegalità: dal punto di vista penale non si realizza il trattamento rieducativo previsto dalla norma e dal punto di vista terapeutico si ripropone un modello messo fuori legge.
Quindi nessuno riabilitazione?
Le istituzioni riproducono il pensiero medio dell’opinione pubblica: a ogni reato deve corrispondere una punizione. È una mentalità che sopravvive persino alla forza del diritto. Abbiamo leggi coerenti con la Costituzione, che indica la rieducazione come scopo ….





