Si ricordano di lei molte battaglie. Nessuna ebbe la risonanza del suo rifiuto di alzarsi per cedere il posto a un bianco. Più tardi, si disse che l’aveva fatto perché era stanca. Una menzogna. «L’unica cosa di cui ero stanca – corresse lei – era di subire»

Ci sono gesti che cambiano la Storia – e cambiano molto più della vita di chi li compie. Rosa Parks aveva quarantadue anni quando, rientrando dal lavoro, salì su un autobus per tornare a casa, nella città di Montgomery, Alabama.
Era il 1° dicembre di settant’anni fa; a Montgomery, in quel sud degli Stati Uniti in cui tra bianchi e neri vigeva il principio ipocrita del separate but equal (separati ma uguali), sui mezzi pubblici c’erano i posti per i bianchi, avanti, e per i neri, in fondo. Nel mezzo, un purgatorio dove i neri potevano pur sedersi, pronti ad alzarsi e togliere il disturbo se fosse sopraggiunto un bianco.
Rosa Parks era nera. Quel 1° dicembre del 1955 sedette nella prima fila dei posti misti. Tre fermate dopo salì un bianco; l’autista dell’autobus chiese a Rosa di spostarsi. Lei rifiutò, con calma. Si fermò l’autobus. Chiamati dall’autista, arrivarono due poliziotti: si misero ai due lati di Rosa e la portarono in prigione. Condotta impropria, l’accusa. E nulla fu più come prima. Mentre gli afroamericani della città bruciavano di collera e un giovane avvocato, Martin Luther King, che di Rosa era amico, provava a calmare gli animi, una donna, Jo Ann Robinson, presidente di un’associazione femminile, fece stampare e distribuire nella notte migliaia di volantini, invitando la popolazione nera a boicottare i mezzi pubblici di Montgomery. Per 381 giorni nessun afroamericano salì più sugli autobus della città, e la protesta conquistò lo sguardo del mondo intero.
Il 5 dicembre Rosa Parks fu processata e condannata a una multa. Il movimento che il suo gesto aveva sollevato era già diventato inarrestabile.
Nata il 4 febbraio del 1913 nella cittadina di Tuskegee, figlia di un falegname e di un’insegnante elementare, Rosa Louise McCauley scoprì da bambina, seguendo la madre a Detroit negli anni della guerra, che nel nord degli Usa i neri avevano più diritti che nel suo nativo Alabama. E non lo dimenticò tornando a casa. A diciannove anni sposò Raymond Parks, barbiere e militante nelle battaglie per i diritti civili. A trent’anni Rosa, che lavorava come sarta, diventò segretaria della sezione locale dell’Associazione per la promozione delle persone di colore. In quegli anni conobbe Martin Luther King, che sarebbe diventato l’amatissimo leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani prima di essere assassinato, nel 1968, a Memphis. Si ricordano di lei molte battaglie. Nessuna ebbe la risonanza del suo rifiuto di alzarsi per cedere il posto a un bianco. Più tardi, si disse che l’aveva fatto perché era stanca. Una menzogna. «L’unica cosa di cui ero stanca – corresse lei – era di subire». Nel 1956 il caso Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che dichiarò incostituzionale la segregazione sugli autobus pubblici in Alabama. Rosa fu minacciata di morte, non trovò più lavoro. Si trasferì a Detroit, con suo marito, 515 chilometri più a nord di Montgomery. E continuò le sue battaglie.
Nel 1999 le fu assegnata la Medaglia d’Oro del Congresso americano, un onore che era toccato in origine a George Washington, e il settimanale Time la inserì tra le venti figure più influenti del XX secolo. Morì il 24 ottobre del 2005.
Il suo nome è adesso anche tra le stelle: le è stato intitolato un asteroide.




