Rugby Underground L’anima del rugby secondo Cabrio-Gabrio il signore del terzo tempo

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Milano ha ospitato per più di 30 anni nell’inagibile scantinato di un elettrauto, l’unico rugby club al mondo che disputava solo il famoso terzo tempo. Merito di Gabriele Cabrio detto Lele, elettrauto ovale in tutti i sensi. Un libro racconta un’avventura epica

 Una caverna trasformata in taverna, un’officina diventata cantina, un elettrauto modificato in centro sociale, presidio umano, rifugio di scappati di casa, doposcuola e dopolavoro soprattutto per studenti che avevano abbandonato gli studi e lavoratori disoccupati o disperati, mensa pioniera del mangia-quanto-vuoi (o del mangia-quanto-puoi) e dell’offerta libera, nucleo amato proletario e salotto per dottoroni. Filo rosso e di Arianna, minimo comune multiplo e massimo comune divisore: il rugby. Il rugby del sottosuolo. A Milano.

La storia in un libro: Rugby Underground, appunto. Un debito morale verso un caso più unico che raro, volontario e umanitario, solido e solidale, ad alto tasso alcolico e colesterolico, scientifico e gastronomico, ovale. Cabrio, il direttore dell’orchestra e del coro. Cabrio il cognome, Gabriele il nome, Lele il diminutivo, l’unico diminutivo in un corpo allargato e in un cuore esagerato, entrambi ovali. Detto anche Gabrio, una crasi – due parole fuse in una sola, come se una avesse tamponato l’altra – di Gabriele e Cabrio. Chi lo ha visto, se lo ricorderà, Cabrio-Gabrio: per via del fisico, ingombrante, per via dello sguardo, uno strabismo capace di ampliare la vista a 360 gradi, per via del sorriso, eterno e genuino, per via della disponibilità, infinita, per via di quell’officina, in via Correggio 12, a Milano, zona vecchia Fiera, trasformata in un rugby club inclusivo ed espansivo, che non ha mai disputato primi e secondi tempi, ma si è specializzato in primi e secondi piatti, dunque, in terzi tempi. Ma sì, dai, Cabrio. Che quando emigrò dai campi da calcio, terzino, a quelli da rugby, tallonatore, continuò a fare le stesse cose, cioè dare le stesse pedate. Che da tallonatore è poi diventato allenatore, arbitro, accompagnatore, dirigente e perfino degente, ma tutti ma proprio tutti se lo ricordano con il grembiule nero degli All Blacks, mentre si immerge in una pasta e fagioli, mentre rema in una polentata d’accompagnamento agli ossi buchi, mentre rende partecipi del miracolo del Gorgonzola che lacrima, mentre moltiplica evangelicamente la paella o l’amatriciana, mentre espone il carrello dei sacri bolliti, mentre eleva il vin santo e distribuisce i cantucci, con l’unica preoccupazione che tutti ne abbiano avuto abbastanza. L’unica club house al mondo senza squadra, perché era la club house di tutte le squadre. 

Una storia sempre al limite

Una storia trentennale, dalla metà degli anni Ottanta fino al dicembre 2016, un’esistenza in …

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