Negli scacchi c’è una legge non scritta: non vince il più forte, ma chi commette il penultimo errore. Ogni pezzo è una metafora: prima di ogni mossa, bisogna riflettere, proprio come nelle scelte importanti che riguardano la vita
Due uomini seduti uno di fronte all’altro, sul tavolo una scacchiera. Da quando sono in carcere non si sono mai rivolti la parola, non si sono mai piaciuti. Ora la concentrazione è alta, ogni mossa dell’avversario li lascia stupiti. C’è rispetto. Quando hanno terminato, si alzano in piedi e si stringono la mano. Forse quella scacchiera li ha resi meno nemici.
Dentro i penitenziari, gli scacchi sono una disciplina sempre più diffusa: la Federazione scacchistica italiana sta facendo un lavoro enorme per diffonderli nel maggior numero possibile di carceri: «L’attività con i detenuti sta dando una grande soddisfazione – dice Michele Barbone, 80 anni, presidente onorario della FispT (Federazione italiana sport per tutti) che raccoglie 380 associazioni in tutta Italia ed è a capo della commissione sociale dell’ente –. Ogni anno organizziamo corsi di formazione di scacchi per gli insegnanti nelle scuole, nelle periferie e nei centri per anziani e presto li attiveremo anche per le persone non vedenti. Ma è soprattutto nelle carceri che assistiamo, ogni volta con grande sorpresa, a come i detenuti riescano a creare nuovi rapporti tra loro».
Uno dei più esperti maestri di scacchi di cui la Federazione si avvale è Mirko Trasciatti, fondatore dell’associazione #Chess4Life.
Ha 35 anni, vive a Foligno, faceva il grafico e programmatore ma fin da bambino ha coltivato la sua grande passione per questo gioco. Poi è diventato istruttore internazionale: «Abbiamo cominciato nel 2015 nella casa di reclusione di Spoleto. Per i primi tre anni il progetto è stato finanziato dal Coni, poi abbiamo proseguito come volontari – racconta Mirko –. Nel 2023 abbiamo vinto un bando pubblico con il progetto Le mosse del riscatto e lo abbiamo introdotto nel penitenziario di Terni».
Di fatto l’associazione è il punto di riferimento della Federazione scacchistica italiana e collabora con altri gruppi che portano questa disciplina nelle carceri di tutta Italia: «Nei nostri percorsi inseriamo anche educatori, formatori e psichiatri. Gli scacchi non sono solo un gioco, ma anche uno strumento che mira a migliorare il periodo detentivo e soprattutto a favorire il reinserimento sociale. In un contesto difficile come quello carcerario, giocare a scacchi aiuta a ridurre stress e ansia, a incanalare la rabbia». …




